2-Merano: quando l’#ippica investiva soldi propri e non dello Stato.

Ripensando il passato di #Maia Bassa. I ricordi – pelosi – di un giornalista.

di Giorgio Bergamaschi

Oggigiorno l’ippica vive su una dimensione globale e l’Italia s’accapiglia e mai s’accorda come se si trattasse d’una bega non di condomio ma, addirittura, da pianerottolo… E sì che abbiamo conquistato il mondo e il nostro sangue è nelle genealogie più prestigiose del Pianeta… Che tristezza. Scrivo da qui, dal mio eremo ai piedi delle Alpi, e ricordo all’improvviso Toby Balding, trainer d’ostacoli inglese  fratello del più noto Jan, ma anche Venetia Williams e altri ancora della Terra d’Albione che solevano battere la rotta di Merano.

C’era anche il Mago di Ballydoyle”, lo straordinario, immenso uomo di cavalli a nome Vincent O’ Brian.

Soprattutto il sopraffino “Mago di Ballydoyle”, lo straordinario, immenso uomo di cavalli a nome Vincent O’ Brian, che era stato gentleman anche da ostacoli ed aveva particolarmente apprezzato Maia ed i suoi tracciati, dove aveva sovente visitato il neonato allevamento ed incontrato il suo amico Piero Richard. Dalla Francia, inutile fare nomi – tali e tanti sono stati i trainer non solo famosi ma anche “preclari”, – erano arrivarti uomini leggendari degli anni Trenta e poi fino ai preparatori del baron de Blonay, edi  cesellatori del materiale d’ostacoli di Renée Parveau (Dragon Vert e Lupiot…) e poi via fino a Mazoyer (Arrollo) e Francois Doumen, arrabbiatissimo perché non aveva mai trovato un saltatore della marchesa di Moratalla adatto a Maia… E poi, fra i big d’Oltralpe qui avevas eletto una sorta di domicilio per oltre un lustro il “rejoneador (torero a cavallo) de Pau”, Jacques Ortet (su tutti Or Jack, il miglior cavallo del mondo a Merano, come amava definirlo Roger Nataf),  e prima di lui anche Remì Cottin. Tutti, ma proprio tutti, i trainer transalpini avevano sempre avuto una sorta di atteggiamento reverenziale verso i nostri trainer anche se i francesi avevano portato a casa la prima edizione del “Merano”. Anche perché i nostri gl’avevano un po’… smocciato il naso, fin dalla seconda battuta in poi. La prima, aveva arriso proprio a Roi de Tréfle, ma poi…  poi è stato uno sparring incessante fra noi ed i transalpini, che avevano ben presto smesso il sorrisetto borioso alla Sarkozy… Già, la nostra grande tradizione ippico-equestre, fatta di uomini che avevano frequentato l’università nelle serate con i loro proprietari, da Berlingeri a Neni da Zara, da Mario Incisa ai Mantovani, da Ettore Tagliabue a Mariconti, Caccia e Giovanni Borghi (etc.)… Un’università che i nostri uomini oggi dimenticati ma allora fantini sopraffini come da qualche lustro non ce ne sono più – per colpa grave dell’ignavia e dell’ignoranza di una classe sedicente “dirigente” ma in realtà totalmente “demolente” – e che avevano frequentato lo studio nelle aule dell’”Umiltà”, che era “la Sapienza” delle piste…

Quando ogni ragazzo sognava di diventare un grande fantino.

Ed ecco ogni ragazzo di allora diventare fantino di grido: da Carlo Ferrari a Davide Murray, da Nello Coccia ad Orlando Pacifici, da Ferdinando Saggiomo e Pietro Santoni fino a Pietro Cadeddu e Maurizio Moretti… Ed in mezzo a questi decine di altri. Perché, dal dopoguerra in poi, un bimbo uscito di casa a 12-13 anni, diventava uomo ed imparava l’uso appropriato “anche” del  congiuntivo: grazie ai cosiddetti “signori” (altri, oggi, scambiano il tempo verbale per un’affezione oftalmica…). Questi indimenticabili Signori (che han fatto l’ippica investendo soldi propri e non dello Stato), individuata la stoffa nel giovanetto, ne curavano anche la crescita sociale. Erano i tempi di Vittorio Rosa, fantino elegante ma senza patente. Quella per l’automobile, ovviamente, tanto che arrivava ai tondini di Capannelle accompagnato dal “suo” autista… Altri tempi, altre persone. Anni fa ne parlavo con un caro amico, il Brontolone ovvero Luigi Celli. Lui era grato a Merano per i suoi gemellaggi: con Baden Baden e Pardubice, ad esempio… Interscambi culturali ed ippici che facevano palpitare il cuore, che non resisteva all’emozione nell’anima di quei compagni di ippica e di bella tradizione mitteleuropea che, all’incrocio tra via Maia e via Brenner – e qui parlo degli amici della Cechia e della Moravia –  guardavano il palazzo Jugendstiel dove aveva vissuto a lungo il loro Franz Kafka e commossi chiedevano: “Ma voi, che avete il privilegio di vivere in questa splendida cittadina ma dal dopoguerra in poi non siete stati oppressi da certi fetidi aliti, che cosa pensate di noi?”. La risposta era stata questa: “Che siamo fratelli, perché la passione per il cavallo ci accomuna e ci rende famiglia; e che siamo diversi da voi ma solo da peso a peso, perché sul traguardo a vincere deve sempre essere il migliore… Per il resto, vi amiamo “anche” perché siete stati vittime di un tentato omicidio culturale… fino a qualche anno fa. Ma, da allora in qua, anche grazie ad uno dei vostri “eroi”, Jozef Vana, avevate alzato steccati importanti, contro una certa, tentata invasione!

Oggi chi siano Vronsky e Froufrou (in Anna Karenina di Lev Tolstoj) nessuno lo sa.

E vi siete presi più di qualche rivincita. Guardando più in là nel tempo, tanti oggi (ma dei nostri, sigh!)  neppure sanno chi fosse il conte Vronsky e chi Froufrou (già, ma quella era la Russia, quella di Lev Tolstoj). L’ufficiale e la cavalla costituivano il traslato tragico del rapporto di Vronsky con Anna Karenina”… E rivolto agli Amici di Praga avevo ripreso: “Voi siete sopravvissuti, ed ora siete qui, a ri-portare con il vostro contributo quella “vita” ippica che in Italia certuni cercano impunemente di assassinare” (e credo ci abbiano provato fino a ieri…)… Già, questo accadeva circa tre lustri fa. Quando si dice… “Dài, non fare la Cassandra”… Visto dove ci hanno portati? Mah! Oggi ci rimane la bellezza del ricordo, dei nostri ricordi. E di quelli delle gesta di campioni infiniti ma anche della simpatia di veri uomini di cavalli. Che patrimonio frantumato e poi disperso! Speriamo solo che quest’ultima eco ci riconsegni almeno delle briciole, da poter seminare. Qui, sul verde di Maia… Il tempo dei”caporali” sembra passato. Ora è tempo di ritrovare i condottieri. A Merano è arrivato un uomo che ha chiamato gli amici a raccolta e questi hanno subito risposto. E penso a Roma, ma non Roma Capitale bensì a Roma “la capitale”. Aveva avuto un “vir probus” del quale, da ragazzi, avevamo imparato ad amare anche il terribile e “giusto” padre. Avrebbe dovuto ricevere mani e non manate; aiuto concreto e non sordide spallate. Ma cosa ci vuoi fare? È la vita, bellezza.

Nelle foto il Merano 2012

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