La domenica di Maia dedicata ai grandi: Piero e Franco Richard.

di Giorgio Bergamaschi

Quando un Gran Premio non è solo sfida ma mille episodi di vita

Accanto al dettaglio tecnico, vogliamo ricordare i Richard padre e figlio, che tanto hanno contribuito alla riuscita dell’ippica meranese e dell’ostacolismo nazionale

Volutamente, non pubblichiamo fotografie dei Richard, per dedicare loro una memoria “unicamente del cuore”

Era un triste dicembre del 1967 l’ingegner Piero Richard lasciava per sempre la “sua” Merano. È un anno che non dimenticherò mai, perché per me significa il ritorno alla vita, mentre per l’Ingegnere era l’arrivederci in quell’altra. Sposato con Donna Vittoria, nobildonna polacca, era padre di quattro figli: Franco, il primogenito, quindi Luigi e poi “Pupa” e “Picky”, ovvero Vittoria, la “sua” coccola, la signora che non diserta mai il suo dolorosissimo “giorno della memoria”.

Merano, la SICCI, Richard e grandi personaggi dell’ippica, della politica e dell’imprenditoria

Ricordo i suoi racconti, il suo amore per la bella Fleur du Bois e per l’elegante, monorchide ed esibizionista  Conte Valperga, nati nell’allevamento della Meranese che poi lui avrebbe voluto realizzare in stile… irlandese in Val Venosta, da Plaus in su. E rammento che la sua impresa aveva costruito le stazioni di servizio e i motel Agip lungo il primo reticolo autostradale italiano, se non erro prima di dare vita alla realizzazione di Porto Marghera: perché la Sicci (Società Italiana di Costruzioni Civili e Industriali) aveva sedi anche a Treviso ed a Milano ed i suoi uffici erano un crocevia di personalità fino e anche dopo gli anni del boom.

Ricordo d’aver visto più volte “molto da vicino”, ancora da bambino, Enrico Mattei, e poi il ministro Ezio Vanoni (oggi suo nipote Paolo è un alto dirigente di Alperia, l’Azienda energetica di punta in alto Adige). In quegli anni, Merano era splendidamente frequentata ed al Piccolo Bar oppure al Wunder, a teatro oppure nella hall dell’Azienda di soggiorno meravigliosamente diretta da Peppino Maviglia (un calabrese di Scalea di notevole spessore culturale, che a Merano aveva portato Aligi Sassu, Renato Guttuso etc…), così come negli uffici della Società Ippica Meranese (di cui Piero Richard era presidente così come dell’Azienda di Soggiorno), ci si poteva imbattere in Irene Galter piuttosto che in Ljuba Rosa, che poi avrebbe sposato il cineasta (CineRiz) ed editore Andrea Rizzoli (Rizzoli-Corriere della Sera, dopo l’uscita di Giulia Crespi). Allora a Merano si festeggiava “La sposa d’Italia”, si aspettava il “Raduno della Supercortemaggiore” e le stagioni di Maia erano un salotto buono all’aperto.

Dalla Valle d’Aosta a Merano per reaklizzare opere e presiedere la rinascita anche turistica

Piero Richard, signore d’altri tempi, proveniva dalla Valle D’Aosta, era un affermato ingegnere civile ed aveva come detto fondato la SICCI.  Lui era un autentico vulcano, del resto Merano aveva bisogno di persone d’ingegno e l’Ingegnere (lui sì merita la maiuscola, non così gl’idolatrati affossatori dell’economia patria…) a Merano era arrivato per costruire gli stabilimenti della Montecatini (Sinigo) e, più tardi, avrebbe realizzato anche l’ippodromo di Maia. Dove aveva direttore il maggiore Sabri, una sorta di meraviglioso e (apparentemente burbero) rosso di pelo che era anche allevatore di bachi da seta e contava nell’amicizia del colonnello Vincenzo Pollio, di cui era anche cognato.

Ricordo che un giorno, negli anni Cinquanta, a Borgo Andreina avevo staccato la mano destra da quella di mio padre e la sinistra da quella di Piero Richard, mentre facevamo una visita ai cavalli di Ettore Tagliabue, dopo essere stati nelle scuderie di Alvise Mariconti e di Cleto Borella (Master Bob). Ero emozionato, e frugando in una tasca dei miei calzoni corti avevo “pescato” un fruttino incartato. Frettolosamente avevo… ficcato il dolce in bocca e gettato a terra la cartina trasparente, Non l’avessi mai fatto!!! Il maggiore Sabri a quel punto mi si accovaccia davanti, alza l’indice della mano destra e tuona: “Bimbo, noi siamo degli “a-b-u-s-i-v-i” qui, nel giardino privato dei cavalli. E ci entriamo per amarli, accudirli, curarli: sempre, e soprattutto, rispettandoli. Lo sporco da qui lo portiamo fuori, non dentro! E ora raccogli quella carta e fa’ che non succeda mai più”.  Piero Richard taceva trattenendo un sorrisino dei suoi; mio padre – dal piglio severo – annuiva, con espressione che annunciava nulla di buono. Non mi sono mai più sentito tanto umiliato, in vita mia. Raccolta la cartina del bombon a forma di pallina (destrosio colorato al sapore di limone, credo), me la sono messa in tasca ed ho proseguito con un velo di tristezza la visita al Borgo. Da quel giorno (e chi mi conosce davvero bene lo può dire) non ho mai più gettato alcunché a terra. Anzi talvolta, in silenzio, davanti a qualche bimbo, semmai ho raccolto io da terra la sua “sbadataggine incantata”. Ecco, questo ricordo mi accompagna da ben oltre mezzo secolo. Puntualmente, di anno in anno, lì ed in centro avevo sempre conosciuto persone, uomini d’ingegno, che avevano fatto e ancora stavano facendo Merano “grande nel tempo”.

Il grande ostacolismo, gesta e i nomi mai dimenticati  La voce che gracchia dall’altoparlante mentre i campioni vanno in partenza   Ah, quel doloroso dicembre del 1967… che riecheggiava nell’estate del ‘68

Allora, a Maia si correva la Coppa d’Oro, cimento aulico per steepler di 4 anni. E nell’edizione del 1968, quando il “summit” degli steepler si chiamava ancora Coppa d’Oro, questo meraviglioso trofeo l’avrebbe vinto un figlio di Charlottsville e Paola da Venezia, nato sui prati di Dormello e presto dirottato sulle siepi prima e sullo steeple poi, per realizzare un nuovo mestiere in modo opportuno superando i problemi dettati dalla sua temperamentosità. Con un target: siglare il doppio Coppa d’Oro-Gran Premio Merano nel volgere di un mese circa… Quel cavallo era Pigalle, e mentre “Cesotto Gnappone” Baseggio andava in canter verso la partenza del 3.900, l’altoparlante annunciava che la corsa da quell’anno sarebbe stata intitolata ad uno dei “padri nobili” dell’ippica meranese: il compianto Presidente Piero Richard.

Questo avveniva quattro anni dopo le vittorie di Perle du Cros (1964, Giuseppe Dragoni), Belforte (1965, Sc. Aurora), Tagiapiera (1966, Sc. Mantova) e Cortez (1967, R.zza di Vedano). Da quel 1968 la vita sarebbe progressivamente mutata, e il Premio Richard – dopo Pigalle – sarebbe andato via via ad Al Oerter (Sc. Ignis, piegando il mostro Jouventur), poi a Tatti Jacopo, quindi a Rock Garden (chee nel posteriore aveva una bomba atomica, ma gli anteriori erano di burro…), e poi a Chivas Regal che nel 1972 a 4 anni avrebbe vinto anche il Merano, se Jeffroy sul francese Shako  non fosse stato richiamato entro il percorso da Andrea Donati (poi vincitore col suo Whispin), e nella manovra spericolata di rientro non avesse finito per speronare il Vallelunga di Harry Bracci Torsi, mandando a terra sia Chivas Regal che Peppo Morazzoni.

Una scultura ricorda Piero Richard

Oggi, l’Ingegner Piero Richard è ricordato da una scultura posta lungo una suite pseudoartistica  di steli lungo la Passeggiata del Passirio, dopo il Ponte del Teatro, accanto ad opere che non amo. Ma quella di Piero Richard sì: perché l’artista usando “quel materiale” e “quella tecnica”ha ricavato il profilo di Piero che più amiamo: quello di una serata di gala, impeccabile nel suo smoking al Grand Hotel Bristol, mentre saluta al microfono gli ospiti convenuti, inframmezzando con la sua tipica calata intrisa di… “vero vero, vero-vero”. Già, allora “non era ancora nata l’Italia del cioè”.

Dovrei ancora dire del modo eroico in cui Piero Richard è morto, subendo una serie impressionante di piccoli, drammatici interventi. Ma no, vogliamo tutti ricordarlo così, sorridente e beffardo, con la sua “piccola corte di amici” tra cui il pittore Punch.

L‘ippica meranese per lungo tratto è stata presieduta anche dal figlio Franco Richard

Ma la corsa è intestata a Piero “e” Franco Richard!!! Mi pare di udire la voce di qualcuno, che rimbrotta. È passato troppo poco tempo dal giorno della morte di Franco Richard, uomo di cultura e dal senso dell’amicizia come oggi è raro constatare. Su di lui, solo due ricordi, brevissimi.

Il primo risale alla mia gioventù, quando – lui amava spesso intercalare il divertimento con le sue improvvise massime… -, dopo un concorso ippico al quale partecipava anche il carissimo Pietro Alfonso Milani che speriamo di rivedere a Maia per il Gran Premio, commentava così il successo conseguito da Vittorio Orlandi. Ma non importa se colto in sella o in qualunque altra attività, ciò che vale, ora, è ricordare lo spessore di quell’osservazione: “Il successo e la libertà sono valori dinamici, dunque hanno valore temporaneo, non sono eterni. Per questo vanno conquistati e ribaditi quotidianamente con l’impegno ed il sacrificio. Il sale della vita è anche questo”. Già, Franco Richard è stato un grande cuore liberale e ci ha insegnato molte cose di cui andiamo fieri e per le quali gli siamo grati.

Il secondo. Eravamo soli, nel suo ufficio di Galleria Ariston, in via delle Corse. S’era appena appresa la notizia della morte di Raoul Gardini: “Che uomo forte, quanto coraggio, c’è qualcosa di eroico e non solo di drammatico, in una decisione finale di questo genere. Davanti ad uomini così ci si deve astenere da ogni commento e togliere il cappello. Sempre!”.

Piero e Franco Richard sono stati amati e/o avversati. Il loro carisma, la loro forza, l’amore per la vita e per il cavallo lo hanno custodito fino all’ultimo istante. In questo momento, sarebbe bello davvero avere accanto Alcide (Rotary di Siena) o Donna Fosca Corsini ed i Suoi: alcune fra le amicizie di Franco Richard nel Senese, dove – lungo il viaggio che ci portava a Roma per le elezioni degli Steeple Chases d’Italia – si compiva alternandolo a belle soste un “percorso culturale” davvero straordinario. Ogni volta. Soprattutto, quando in San Pietro alle 17 di un marzo ormai lontano Franco Richard magnificava la “Gloria del Bernini” mentre il sole capitolino scendeva in fretta, e fra i suoi ultimi bagliori faceva quasi palpitare lo Spirito Santo d’alabastro sottilissimo al punto da fermare le parole nel petto, mentre il cuore in quel momento cercava un’altra via per liberarsi da quella morsa sublime.

Buon Piero e Franco Richard a Tutti!

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