Speciale Gran Premio Merano-South-Tyrol – 3. Un viaggio tra i ricordi.

 

 

A cura di Giorgio Bergamaschi  –  Fotopress Arigossi

 L’ultima domenica di settembre, nella stagione dell’uva e delle mele, i cavalli del Gran Premio Merano-South-Tyrol tornano al tondino per la 79ma volta. Eccola, finalmente, la corsa del galoppo più ricca d’anima: perché si disputa in un luogo inimitabile, un anfiteatro immerso nel verde d’una cornice di rara suggestione. Siamo certi che sarà ancora una volta un “Merano” di gran classe, presentato in una veste adeguata alla sua grandeur di steeple-chase internazionale. La scena, quella calcata dai più grandi campioni.

 La Scala degli ostacoli

Unico nel suo genere, situato nel cuore delle Alpi, l’ippodromo di Maia è adagiato nel cuore di Merano, incantevole luogo di villeggiatura e stazione termale. Di più: Merano è, sin dal Medio Evo, il punto d’incontro di chi cerca la salute. E la stele dedicata al dr. Franz Tappeiner, sulla passeggiata omonima, ne è l’emblema… L’impianto ippico s’è inaugurato nel 1935, lanciando il Gran Premio Merano, una delle corse ad ostacoli più dotate del mondo. Sulla “Scala degli ostacoli” convergono stabilmente scuderie da tutta Europa, che vedono in Maia l’ideale crocevia di confronto della forma continentale. Il primo vincitore si chiamava Roi De Trèfle: vinse il “Merano” all’età di sette anni, portando 65 chili. Un anno in più aveva Horizon, in evidenza nel 1936 mentre Empressor trionfava nel ’37, primo vincitore di 4 anni sul traguardo del “Merano”. In tante edizioni, la sfida del 4 anni agli anziani ha sempre rappresentato un motivo suggestivo, creando una sorta di… “corsa nella corsa”.

I 4 anni e “La corsa della vita”

L’ impresa di centrare il ricco ‘5000’ all’età di 4 i è stata realizzata anche da un’intrepida femmina, la piccola ma generosa Crème Anglaise, trionfatrice nel 1965 e poi da quella furia in biancorosso a nome Pigalle e dal coraggioso Tatti Jacopo, dal brutto anatroccolo Trapezio, autore di un doppio nel Gran Premio (1975-76) nonché dal meranese Ocean, chiudendo con i fuoriclasse Miocamen (1992) e Sharstar. Era l’epoca in cui nel Merano il buon quattro anni vinceva sì, ma gli anziani gli rendevano non pochi chili Nessuno ha però fatto ciò che è riuscito a Sharstar. Era l’edizione 2008, e il grande campione allenato da Paolo Favero e montato da Raf Romano ha trionfato nel giorno più importante correndo a pari peso contro gli anziani.

Ma, in quanto alla grandezza che diviene mito, il francese Or Jack è stato il campionissimo della corsa. In assoluto, il miglior saltatore del mondo di tutti i tempi, sulla pista di Maia: tre edizioni consecutive, riportate dal 1994 al ’96 mancando il poker ad opera del fiammingo Nommeo, che poteva vincer e grazie all’infortunio drammatico patìto da Or Jack, comunque giunto secondo sciorinando un repertorio sopraffino. Negli anni ’50, anche Aegior s’era imposto tre volte nella maratona, ma ad anni di distanza. Primo centro nel 1955, secondo alloro nel ’59 e terzo successo nel 1961. Un anno prima del secondo trionfo di Aegior, sulla scena di Maia era apparso Spegasso,portacolori della scuderia Mantova. Negli anni ’60 entrava poi nella leggenda l’indimenticabileCogne, colori della scuderia Aurora di Celeste Citterio e monta di Sandro Mattei. Tante partecipazioni, l’ultima all’età di 16 anni con ancora tanta voglia di ribadire la sua grandezza, comunque eccellente quarto al traguardo; per Cogne, trionfatore nel 1967 e nel 1969, la luminosa carriera ha annotato anche qualche sconfitta alternata a prove decorose, con i due fulgidi lampi del doppio successo nel GP. Cogne fu insomma il condensato di tutto quello che il “Merano” poteva essere: attesa, gioia, amarezza. Quel cavallo costituisce la bandiera stessa di una corsa e del suo ippodromo. Del resto, ad 11 anni (1969), il figlio di Tommaso Guidi e Costanza vinceva il secondo Merano piegando il transalpino Whitehall – dopo aver seguito la folgore Pigalle nel ’68 -, e due anni dopo per un misero “muso” capitolava ad opera di Mister Magoo, 4 anni di straordinaria classe.

Cogne, convinto d’aver vinto perché il francese era allo steccato opposto ed il “vecchio” non l’aveva visto arrivare come un tornado, al rientro nitriva con la coda alzata a mo’ di pennacchio e pieno d’orgoglio, mentre a Mattei due lacrime solcavano il volto di pietra. Un totem, l’icona che più di ogni altro contenuto rimanda il senso di una storia. Una giubba sola, a volte, basta per spiegare la grandeur di una classica.

Il dirompente 1968

E la storia continua. La Dormello Olgiata vince con Pigalle nel 1968. Già, torniamo ad un facoltoso 4 anni. È una fuga dirompente la sua, e Baseggio rischia la caduta quando, all’oxer, perde entrambe le staffe per via dello slancio impetuoso del cavallo. Ma, come per miracolo, le staffe rientrano nei piedi del giovanissimo Baseggio (già vincitore con Conte Biancamano) e da lì in poi la galoppata del campione è rapsodìa per i 20.000 spettatori trasformando l’irruenza sui salti in un elegante e devastante assolo nel tratto piano finale. Maia e la sua corsa-gioiello sono tante avventure. Esaltante quella di un gentleman, Andrea Donati, che in sella al suo Whispin trionfava nel 1972. E poi, la classe di Chivas Regal, finalmente vincitore nell’edizione del 1974 che nessuno avrebbe messo in discussione neppure due anni prima: sì, allorché a vincere era stato sì Whispin (con Cogne impegnato in una fuga prematura e suicida), ma solo perché un francese, Shako, aveva scaraventato a terra Chivas Regal rientrando in percorso dopo un errore compiuto dal fantino Françoise che provocava la collisione con Chivas.

Il dopo-Chivas Regal

Quando, nel 1973, lo specialista dei terreni paludosi allievo di Noël Pelat, Willpas, disperdeva Silver Trac, Whispin e Wild Block, Harry Bracci Torsi con Federico Regoli e Peppo Morazzoni stavano preparando già “il ritorno del santo”: Chivas Regal, dominatore nel 1974 quasi umiliando King Tady e Mile Zero, con Cogne quarto, a 16 anni! Ed il capolavoro dell’anno seguente, quello di Carlo Chiesa (titolare della National) e del trainer Roberto Feligioni? Già, alludiamo a Trapezio che, incapace di vincere in piano, s’inventò campione in ostacoli. Con lui, Ferdinando Saggiomo alzò le braccia al cielo in due edizioni, 1975 e 1976, fissando per sempre quello scatto nell’immaginario collettivo.

Nel settembre del ’77, è nuovamente la volta di un saltatore importato, il francese Red Chief di Lady M, e di un fantino dal talento straordinario che i salti addirittura li “ricama”, Gian Antonio Colleo. Red Chief e Colleo strappano l’ovazione alle competenti tribune di Maia. Il loro non è solo un percorso perfetto ma una sinfonia d’autunno intonata a tal punto nell’esecuzione, da lasciare un segno sublime. Perché il “Merano” è un romanzo di infinite suggestioni. E dietro Red Chief finisce secondo il compagno di colori Duel, con in sella il loro trainer, Orlando Pacifici. Ma davanti al fantino Pacifici, c’è ancora una volta la “bestia nera” della sua carriera, il mitico Tonino. Tra i vincitori di due edizioni del “Merano”, c’è da segnalare la doppietta di Miocamen che a 4 anni vinse con Pacifici in sella, finalmente riscattandone le giuste ambizioni; replicando a 6 anni con Maurizio Moretti in sella, sempre per la gloria della Razza Montalbano e del trainer Roberto Pozzoli, già “spalla” importante di suo padre Emi l io (Aegior, Conte Biancamano e Pigalle…) , con cui aveva fedelmente collaborato a tanti successi.

I gentleman rider ed il “Merano”

Andrea Donati con il suo Whispin è stato dunque il primo “amatore” a vincere questa corsa straordinaria. David Grey, neozelandese, con The Champ l’ha vinta nel 1978 davanti al compagno So snd So, mentre l’industriale milanese del gas Massimo Caimi è stato il più pervicace, passando dal tavolo del consiglio d’amministrazione della sua Sagal alle piste da corsa, sempre ben supportato dal suo trainer meranese Gianmaria Travagli.

Quarto con Wahoume nel 1986, addirittura secondo l’anno successivo a ridosso di Jean d’Amour e finalmente sugli allori nel’88, grazie a North Bay: Caìmi è stato per oltre un ventennio cavaliere affezionatissimo a Merano ed alle sue corse. Ed eccoci a cavalli che hanno anch’essi toccato il cuore di Maia. Come Something Special allenato da Bec de La Motte, protagonista di diverse annate tra gli anni Novanta ed i primi del Duemila. Per il trainer sceso dalla Normandia Something vince nel ’98, doppiando il successo dello sfangatore Ali Baba, sempre di Remì Cottin. Something Special, che già a due anni saltava i corridoi ad Argentan, era amatissimo dalla gente, ed ha contribuito al fascino della corsa che è epos, rappresentazione a volte anche drammatica ma traboccante di vita, di ricerca, di sfida, soprattutto di amicizia tra il cavallo e l’uomo.

Maia capitale

Nell’ultimo decennio, Maia – oggi rilanciata dal nuovo assetto societario, che ha portato
novità e appassionata determinazione – è sempre più cosmopolita. Non più un fatto di…
dicotomìa tra Italia e Francia ma sfida globale, allargata ai tedeschi, mattatori con Kifti e
Scaligero, ai polacchi ed ai Cèchi. Proprio il cèco Masini ha iscritto per la prima volta nel
2004 il nome di un cavallo di scuderia dell’Est nell’albo d’oro, seguito due anni dopo dall’acuto del compagno Kolorado, con cui Fuhrmann ha segnato la sua tripletta nel big event vendicandone la sconfitta patìta l’anno prima a tavolino, per un errore di percorso del fantino.

Un salto indietro: avevamo detto dello storico doppio di Lady M (vincitrice nel 1977 non solo del Merano, ma anche del Derby di galoppo con Don Orazio, del Nastro Azzurro del trotto con Esquipazar e del Jockey Club con Stateff): un anno dopo, dall’altra parte del mondo erano giunti The Champ e So and So per replicare il classico en plein per la giubba di Pat Samuel . Con la vittoria de l neozelandese, Maia apriva il respiro della sua corsa più bella ad una vocazione intercontinentale, non più solo internazionale.

Meranesi e altoatesini protagonisti

“La corsa della vita” è stata vinta anche da proprietari locali e da allenatori che avevano eletto Merano quale loro nuova patria. Su tutti, anzi primus inter pares, Paolo Trenkwalder con la sua Créme Anglaise. Il decano dei proprietari locali vincitori del Gran Premio è suocero di Pietro Cadeddu, già apprezzato fantino d’ostacoli (in auge nel Merano di Prince Pamir, seppure a tavolino). Poi, c’è stato Anton Vulkan di Bolzano con Ryan’s Daughter, nel 1979. Un altro sigillo tutto altoatesino! Un capolavoro la vittoria di Santoni, piegando Jet Moon montata da Colleo, ed un capolavoro di realismo anche il quadro che troneggia in sala bilance ad opera di Adriano Grasso o Caprioli che ha immortalato sulla tela la criniera della figlia Barton’s Brook del bolzanino Franz Waldthaler, titolare della Scud. Wolfi. E sempre suo Guidsun, il saltatore dai “polmoni deboli”, che dopo essersi visto strappare un’edizione nel 1982 per un “problema assurdo” di doping, si rifaceva l’anno successivo centrando la “corsa della vita” in stile perfetto, sempre con Alberelli in sella. Per Waldthaler sarebbe seguita un’altra replica nel 1984, ma con il 7 anni Amado (già vincitore a 4 anni) per la gioia straripante di Francesco Scaglione.

Né si può dimenticare Present Bleu di Birgit Regele, una giovane signora di S. Leonardo in Passiria che, nel 2002, aveva acquistato all’antevigilia del “Merano” il saltatore francese consigliatole da Remì Cottin. E che, allenato da Bec de La Motte, gabbava italiani ed ex connazionali. Negli ultimi anni sono cresciute formazioni importanti in Alto Adige: su tutti quella di Joseph Aichner e di Christian Troger. Anche per per loro è ormai solo questione di tempo… Perché è vero: la crisi non s’è arrestata un attimo nel falciare piste, protagonisti e passione. Ma quassù c’è qualcosa di magico o forse di santo… Perché la gente qui per fare ippica s’è presa per mano e piano piano coinvolge anche chi viene da più lontano… Infatti per un giorno, questa domenica, due mani destre si reincontreranno: quella di Paolo Favero e di Raffaele Romano. Amici e collaboratori un tempo, oggi avversari schierati su due fronti opposti. Ma “il ‘Merano’ è magia” e così Favero trainer e Romano jockey per la “Milano” (scuderia che divide i suoi saltatori tra i due importanti professionisti) che schiera Company of Ring ritentano un’avventura che li ha già salutati sodali e vincenti.

Ostacolismo tra vocazione e passione

Il “Merano” è insomma un richiamo suadente per tutti, ippici e non.! Al punto da essere “la

corsa”: un avvenimento nazionale, palpitante ed intrepido che Alberto Giubilo insieme a

Luigi Gianoli, entrambi “maestri” di tutti noi, sapevano trasmettere all’Italia tutta facendo

vibrare i cuori di passione e di speranza. Detto in un sospiro: l’anello di smeraldo recante due diagonali al posto di due file di diamanti, è venuto ad impreziosire la conca di Merano, diventando “La Scala” degli ostacoli.

Appunto Maia, dove i cavalli corrono sui tracciati dell’ippodromo più affascinante – ancorché tra i più piccoli – del mondo. Dove, se guardi il cielo appena un metro sotto i monti sovente incappucciati di neve, vedi una distesa di verde con un magico salta-e-gira che s’articola su 5.000 metri disseminati di 24 terribili ostacoli. A Maia si brinda alla vita, che qui davvero non manca di “fascino del rischio”. La riviera, l’oxer, la fence, il verticale. Questa corsa, anno dopo anno, simboleggia la métàfora della vita, confronto-scontro sugli ostacoli che ora la passione di un gruppo di uomini sagaci e intraprendenti vuole riportare ai fasti d’un tempo.

Miocamen che a 4 anni vinse con Pacifici in sella finalmente riscattandone le giuste ambizioni, replicando a 6 anni con Maurizio Moretti in sella, sempre per la gloria della Razza Montalbano e del trainer Roberto Pozzoli, già “spalla” importante di suo padre Emilio (Aegior, Conte Biancamano e Pigalle…) , con cui aveva fedelmente collaborato a tanti successi.

 

Quasi 80 anni di attesa e di brividi

Nel volgere degli ultimi lustri il mondo è uscito profondamente cambiato. In ogni settore… Cambiato, per non dire stravolto… E l’ippica non ha fatto eccezione, anzi! Ippodromi chiusi, il timone di settore in balia, più che in mano, di dirigenze fantasma hanno creato altrove una sorta di declino… Non a Merano, però, dove l’intraprendenza di un gruppo di operatori economici appassionati di cavalli e corse s’è rimboccato le maniche ed ancora una volta s’appresta ad alzare con entusiasmo e attese altissime il sipario di questa pista, di questo anfiteatro anzi di questa conca di bellezza inarrivabile: per mandare il scena il suo atto più eroico e sublime.

Per la 79ma volta, il Gran Premio Merano, coniugato a SouthTyrol che vuol dire “simbiosi tra la dirigenza di una Provincia ed il suo meraviglioso, irripetibile territorio”, lancia l’eterno dilemma: “Chi vincerà?” È dalle 9 di questo ultimo mercoledì di settembre che il mondo del galoppo se lo chiede … Già, chi vincerà fra i 14 al via di questo meraviglioso 5000, che presenta tra l’altro un enigma che il cuore ha risolto, ma fino all’ultimo metro resterà tale: appunto, un enigma.

Sì, perché lo scontro è titanico: il grande Joseph Vana conta su una pattuglia di valore; Guillaume Macaire, il francese già a segno qui a Maia con Tempo d’Or, seguito dalla doppietta di Le Rigoreux e ancora dall’affondo di Chercheur, presenta il temibile Defit d’Estruval con il gladiatore di classe Le Costaud che dopo aver brillato anni fa a Maia, è andato in bacino di carenaggio. Ma quest’anno è come resuscitato, e da Fonteinblau a Djeppe, per poi lanciarsi su Clairfontaine – eccellente palestra in vista del nostro big event -, ha inanellato usuccessi a iosa così da incutere, quanto meno, se non terrore almeno rispetto profondo. La corsa è riuscita perfettamente, con il numero 1 come sempre a lui, il campione uscente Al Bustan, autentico diesel postmoderno che galoppa per ore riuscendo infine a librarsi sul traguardo, tanto sa finire a velocità doppia… Ma questo “Merano” presenterà soprattutto un sauro dorato e volante, un 4 anni, dotato di autentiche stimmate: è Santo Cerro, che ha lasciato un Richard già vinto sulla carta, per lanciare la sfida ai titani europei della specialità.

Atleta freddo e misurato, lucido e volonteroso, agile e perfetto sui salti che sempre misura da lontano senza perdere velocità, eccolo, è lui la macchina atletica perfetta che ogni allenatore vorrebbe avere in scuderia. Santo Cerro si lancerà come al solito in avanti, facendo corsa d’attesa in testa? O starà fuori dalla mischia nella prima parte della maratona, per non imporre a cuore e polmoni, così’ come alle sue agilissime leve, una fatica prematura? Beh, queste soluzioni tattiche Greg Wroblewsky le ha già risolte. Lui conosce, anzi ha costruito giorno dopo giorno questo atleta fascinoso e possente: non per nulla Jo Bartos s’è preso licenza dal suo team, e anche domenica trasformerà la cravache in pennello e il dedalo di Maia in tavolozza: per appendere sul cielo di Merano il dipinto di una vittoria fra tutte la più bella ed attesa.

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