#Henné: torna alla grande questo modo (antico) rivoluzionario di curare i cavalli.

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Nelle foto modi impiego dell’Hnné
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chavalier.net/2019/03/29/henne-le-grand-retour-de-cette-facon-ancienne-revolutionnaire-de-soigner-les-chevaux/

di Gabriella Incisa di Camerana

Un rimedio antico che oggi è tornato alla grande per la cura delle patologie anche legate ai cavalli. Un modo “bio”, dalle grandi proprietà curative e oggi sempre più usato.

La storia

Maestosi anche nell’oltretomba, i Faraoni salivano sulla nave di Ra, per il loro ultimo viaggio, con le unghie e i capelli tinti di henné. Un gesto rituale che contribuiva a renderli immortali. Questa pianta, detta « del paradiso », era raccomandata anche dal profeta Mohamed in quanto carica di simboli « magici » legati al malocchio e alla presenza dei «Jinn».

Ancora oggi, le spose in India e nei paesi dell’Africa sahariana coprono il loro corpo verginale di una trina rossastra. Queste decorazioni simboleggiano la seduzione, ma hanno anche un significato di buon auspicio per i riti nuziali e, in generale, per il focolare domestico, rappresentandone la protezione. In particolare, nei paesi del Magheb l’henné ha la funzione di abbellire le mani e i piedi, ed è considerato anche un simbolo di iniziazione per la donna che si dovrà sposare e assumere, quindi, una nuova identità. I disegni sono da considerare una vera e propria forma d’arte e di creatività femminile, una tradizione propiziatoria che si tramanda di generazione in generazione.

L’Hennè è una polvere verdastra che si ricava da una pianta, la Lawsonia inermis, dai bei fiori bianchi, le cui foglie, che hanno un effetto rinfrescante sulla pelle, sono spesso usate come ingrediente in olii profumati e pomate. Si tratta di un arbusto spinoso, originario di Asia minore, Nordafrica, Iran e India occidentale, coltivato in tutto il bacino del Mediterraneo orientale ma, oggi, diffuso maggiormente nei paesi arabi.

Le caratteristiche dell’henné derivano soprattutto dalle foglie che contengono, insieme a tannini, zuccheri e ceneri, una sostanza colorante rossastra, il lawsone.

L’henné è stato sempre usato come tintura naturale per i capelli. In realtà, gli usi della pianta sono molteplici: ad esempio, la tradizione vuole che giovi alle malattie della pelle oppure che uccida i parassiti e curi la calvizie precoce. Sembra avere, inoltre, un effetto deodorante e rinfrescante. Accanto agli usi cerimoniali, cosmetici e medicinali, l’henné è utilizzato anche per tingere naturalmente pelli e stoffe.

L’Henné per i cavalli

Dalla macintura delle foglie disseccate si ricava una polvere che va messa in una terrina con acqua calda aggiunta gradualmente, mescolando con un po’ di succo di limone fino a ottenere una pasta morbida, liscia e molto profumata, che va fatta riposare per un po’ di tempo prima di essere utilizzata. La consistenza deve essere tale da consentire l’applicazione sull’epidermide ma anche sugli arti pelosi degli equini e, dal momento che l’henné rilascia quasi immediatamente il colore sulla pelle, è consigliabile usare dei guanti di plastica per evitare macchie sulle mani. Sugli arti conviene fare una fasciatura da riposo con cotonina come sottofascia, lasciando agire per tutta la notte.

I suoi impieghi

L’impiego dell’Henné è consigliato in quanto possiede virtù terapeutiche. Ha un effetto cicatrizzante, antisettico, anti-infiammatorio, emostatico, raffreddante, antimicrobico, antiparassitario, antifungino, batteriostatico e astringente. Usata sui cavalli è utile contro la dermatite, l’eccesso di seborrea, le infestazioni da pidocchi e per trattare le ustioni infette. Viene impiegato con successo soprattutto per curare ragadi retropastorali, tendiniti, distorsioni, fiaccature, lussazioni, stiramento dei legamenti, ecc.

Il rituale magico-propiziatorio

Ma questa colorazione, che dura qualche settimana, racchiude in sé anche un rituale magico-propiziatorio. Un valore apotropaico che persiste presso gli allevatori di cavalli arabi e berberi, non solo nelle zone rurali e desertiche ma anche nelle più moderne e attrezzate scuderie da corsa.

E non è raro trovare, oltre la punta della coda, delle macchie sgargianti di peli aranciati a coprire le marcature presenti sulla fronte e sugli arti. Oppure cavalli con l’impronta della mano lasciata con l’henné su una o entrambe le natiche. È la « khomsa », parola che in arabo significa “cinque”, documentata fin dall’antichità. Un simbolo chiave usato come talismano e gioiello in Tunisia, come in molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, per proteggersi dal malocchio.

Una sorta di « mano protettiva », comunemente chiamata « mano di Fatima », che viene associata, oltre alle cinque dita, anche ai cinque pilastri dell’Islam.

In ogni caso, questo simbolo affonda le radici in un passato ben più lontano che affiora dalla religione punica, associato con il culto della dea Tanit, protettrice di Cartagine, strettamente connessa alla Luna e alla fertilità.

Un segno che significa, ancora oggi, protezione, autorità, forza, potere e benedizione, la cosiddetta « Baraka » a tutela di quei cavalli, selezionati dal deserto e dalle corse, che con fierezza portano anche al collo uno o più amuleti artigianali: dei sacchettini triangolari in cuoio contenenti erbe, pietre e incensi che sanno di terre lontane d’Oriente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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