Un film su Frankel con il Premio Oscar Jeremy Irons nel ruolo di Sir Henry Cecil

Mentre il Paese che ha dato i natali a Nearco e Ribot si è vergognosamente dimenticato di loro gli anglosassoni dedicano un film a un campione imbattuto come i portacolori di Tesio. Protagonista il grande Frankel.

Di Paolo Allegri

L’annuncio è ufficiale, sulla straordinaria carriera del purosangue Frankel, imbattibile campione vincitore di 14 corse, sarà girato un film. Prodotto dalla Eclipse Films and Irons, la storia del fuoriclasse che ha scritto pagine memorabili sulle piste britanniche tra il 2011 e il 2012, e del suo allenatore, il baronetto Henry Cecil, sarà raccontata con la direzione del regista Ron Scalpello.

Non è la prima volta che i grandi cavalli da corsa attirano il mondo del cinema, con splendidi film che gli americani hanno dedicato a due miti delle corse come Seabiscuit e Secretariat. Il primo fu omaggiato in un ‘Seabiscuit, un mito senza tempo” che nel 2004 ebbe anche sette candidature all’Oscar. L’opera sul grandissimo galoppatore degli anni Settanta è stata trasmessa in Italia proprio quest’anno su canali a pagamento.

Non c’è soltanto il mondo del galoppo a fare da scenario per l’immaginifico e lo storytelling di chi lavora nel cinema. Il trotto ha la sua grande storia in Varenne che, al di là della splendida campagna di comunicazione che Francesco Ruffo e il suo staff programmarono a suo tempo, nelle sale è andato per merito di un francese, il regista Alain Marie che girò un docu-film di sessantasei minuti, ‘A’ la poursuite de Varenne’. I cineasti italiani persero probabilmente una grande occasione visto che il romanzo del più grande trottatore della storia regala suggestioni e colpi di scena da essere materia ideale per un film.

Ma come non ricordare di questo disinteresse anche di quella Cinecittà che tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta rivaleggiava con Hollywood come Mecca del Cinema. Roma allora era crocevia di registi, attori e attrici da tutto il mondo, un set meraviglioso e luccicante dove a nessuno venne mai in mente di scrivere una sceneggiatura sui nostri assi da cuore, i grandi dell’ippica italiana, come Ribot e Nearco. E pensare che Ribot era qualcosa di vivo, di talmente a portata di mano che quell’indifferenza e’ probabilmente additabile ad uno snobbismo del mondo dello spettacolo e delle luci della ribalta per l’ippica e i suoi grandi protagonisti.

Che l’Italia non abbia cura di coltivare il ricordo di chi l’ha resa grande nel mondo è qualcosa che anche il racconto di questi giorni ci dice: siamo dovuti ricorrere all’americano Ron Howard per celebrare degnamente al cinema un’eccellenza della musica mondiale come Luciano Pavarotti, con un bellissimo documentario in questi giorni in sala. E anche l’immensità del nostro genio più grande, Leonardo da Vinci, è omaggiata al meglio dai francesi, con una splendida mostra al Louvre. Deve essere un vizio italiano, pronti a comprare automobili straniere, a riempire di soldi in ingaggi faraonici gli assi del football che arrivano dall’estero, ma mai a celebrare quegli uomini e quelle donne che hanno contribuito a rendere grande l’Italia a livello internazionale.

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