Merano 1970. La più bella estate della mia vita (il testo completo).

Claudio Gobbi

PARTE PRIMA

Vi racconto una storia. È quella della vacanza più bella della mia vita. L’ho vissuta grazie a mia mamma, la Valeria, quasi per caso sul cammino che da quando avevo vent’anni ho percorso fino a questi quasi settanta. E naturalmente c’è un altro protagonista, un cavallo, di cui poi vi dirò.

Cominciò a tutto in una camera d’ospedale. Forse il San Carlo di Milano. Ma nn ne sono certo. Mia mamma era ricoverata per un intervento. Accanto al suo letto di degenza c’era un’altra donna, un po’ grossa se ricordo. Era la moglie di uno dei maggiori fantini d’ostacoli del tempo (siamo nel 1970). Si chiamava Nello Coccia, pluri vincitore di Gran premo Merano. Uno che i cavalli in lavoro alla mattina li teneva di forza con due braccia muscolose grosse così.

Grazie ai buoni uffici di questa signora venni segnalato e mi presero per il corso gentleman in ostacoli che ogni anno si teneva a Merano. Mica una roberta così! Ma un impegno pesante e fatto di sacrificio.

Credo arrivai alla stazioncina di Maia Bassa che pareva uscita da un vecchio film, dopo aver cambiato a Bolzano. In tasca avevo un piccolo gruzzolo, mi pare 150 mila lire che dovevano bastarmi, anzi me ne dovevano avanzare, per tutto quel mese di agosto del 1970, avevo i fatidici vent’anni. Facevo lo studente all’istituto tecnico Carlo Cattaneo di Milano, con scarsi profitti. Ero entusiasta e un po timoroso. Mi ero portato tutto il completo: stivali anche se erano da equitazione e non da corsa, i miei pantaloni di fustagno marroni (fantastici), una frusta che proveniva direttamente dal sellaio Pariani, quello di via Capecelatro dove per lustrarmi gli occhi e annusare quel buon odore di cuoio, ogni tanto facevo delle capatine.

Del mio abbigliamento, diciamo da civile, ricordo solo un impermeabile blu, e un paio di scarpe. Erano delle Barrow bordeaux. Il particolare mi è rimasto impresso perché furono notate, tan’è che mi chiesero se fossero originali: certo che lo erano! Avevano, come si usava allora, la punta bombata ed erano l’ultima moda ed io ho sempre avuto un debole per le scarpe e per l’ultima moda.

Di quel gruppo eravamo in tre, diciamo fuori dal coro. Io, figlio di un pompiere neppure ufficiale e sessantottino, Andrea Donati, un ebreo e come tale sempre ai margini non si sa se per sua volontà o per volontà altrui (ma credo per volontà altrui), e Giorgio Bergamaschi, che già allora si faceva notare per indipendenza e una sana stravaganza da dendi, che ha mantenuto nel tempo. Tutti e tre diversi, non omologabili. A fronte di un gruppo che comprendeva nobili e alto borghesi tra cui Annibale Brivio Sforza, i due Bossi, di cui uno sarebbe poi entrato nella squadra olimpica di completo, Claudio Belgrano, il povero Claudio Belgrano, scomparso appena cinquantenne. Marco Rocca, non un nome qualsiasi ma il rampollo di una illustre famiglia milanese che ho davanti agli occhi quando arrivò a Borgo Andreina direttamente da Milano, sulla sua BmW, quella con il doppio sellino. Non ricordo se vi furono presentazioni tra gli allievi, tra gli allievi e l’istruttore.

PARTE SECONDA

Le scuderie dei cavalli della scuola stavano all’estremo limite di Borgo Amdreina, il centro di allenamento intitolato alla prima vincitrice del Derby Italiano di Galoppo. A ognuno di noi venne destinato un allievo groom (uomo di scuderia). Il mio si chiamava Nicchirì che poi sarebbe diventato fantino ma le cui tracce si sono perse. Nn ricordo i momenti delle presentazioni. Neppure l’assegnazione dei cavalli. Sono sicuro che il mio primo fu un sauro perché l’ho negli occhi per un episodio sugli ostacoli in cui mi scaraventò più volte a terra rifiutando di portarmi al di la della siepe. Nn ricordo neppure la presentazione del responsabile del corso, tuttavia lo ricordo bene il colonnello Pianella, un signore alto, magro dai modi affabili ma fermi. Ma nn era lui che sovra intendeva il corso, ma un maresciallo avanti con l’età, pingue con un bel faccione tutto pantaloni e stivali militari. Borgo Andreina era il centro in cui erano e sono acquartierati i cavalli in palazzine dove sotto stavano i box e sopra gli alloggi per i groom, nel caso per noi ragazzi.

Stavo in una camera a due letti. Che dividevo con un allievo indicato da Alessandro Argenton, uno dei mostri sacri del mondo Gentlemen in Ostacoli. Di cognome faceva Calabrò. Di me ricordo quell’impermeabile blu con cui svelto entravo in mensa per la colazione del mattino. E un particolare: gli uomini di scuderia e i fantini mi chiamavano, anzi, ci chiamavano, “signorino”, che è poi il maschile di signorina, evidentemente. Mai avrei pensato di essere appellato in quel modo. Ma ripensandoci, io che provenivo dalla “sinistra” cosiddetta, devo dire che mi faceva piacere

Questa la giornata tipo. Sveglia alle 6.30, Colazione in mensa già vestiti per l’uscita a cavallo che il groom ci faceva trovare già sellato. Esercizio nel tondino adescante ai box sotto lo sguardo vigile e attento del maresciallo (o era maggiore?). In fila poi attraversavamo tutto borgo Andreina, infilavamo il sottopassaggio che portata al boschetto che stava proprio ai margini della pista da corsa e li eseguivamo esercizi di agilità e maneggevolezza del cavallo.

Poi tutti in fila indiana a galoppare sull’anello di sabbia che delimitava tutta la pista da corsa, Poi, tutti in scuderia. Faceva sempre caldo in agosto a Merano. avevo fatto amicizia con i due fratelli Bossi, di cui uno sarebbe diventato olimpionico. L’altro era iscritto ad architettura a Venezia. Di entrambi ho poi perso le tracce. Ma il bello veniva appunto all’ora di pranzo. Fantastici attimi! La meta era il vicino Piccolo Hotel, che poi tanto piccolo non era ma molto, ma molto chic. E qui consumavamo una colazione superba di cui ricordo con infinita nostalgia quei deliziosi gamberetti in salsa rosa, che poi con i pacchetti di Malboro sarebbero stati una delle principali cause del mio dissesto finanziario e causa di una faccia nerissima di mia madre quando con il papà venne a Merano per vedermi correre.

Nn ero consapevole del privilegio che mi era stato accordato, quello di essere in un mondo ricco di opportunità, di personaggi che potevano darmi una mano in tutti sensi ma ritenevo normale essere a Merano a frequentare il corso per Gentlemen Rider. Invece normale nn era, appunto, un nn mi rendevo conto di essere un privilegiato. Inoltre nn capivo che il mondo del cavallo poteva essere il mio mondo per gli anni a venire. Fu uno dei tanti, purtroppo, treni persi. E ora di treni ne stanno passando pochi.

Lui si chiamava Morozzo. Era un castrato baio di 13 anni. Mi fu dato in dotazione dopo che il sauro che mi mi era stato assegnato il giorno dopo del nostro arrivo, non andava d’accordo con il sottoscritto. Tanto che alle prime prove sugli ostacoli venni scaricato almeno un paio di volte. E Pianella dicise di cambiarmelo. Lui mi è rimasto nel cuore per tutta questa mia vita in cui ho raggiunto i 69 anni. Era un bel baio, dalle giusta proporzioni, neppure troppo flemmatico, ma rispettoso degli ordini. Andavamo d’accordo. L’allora mia stupidità, (nn è che adesso sia migliorato granché) mi impedì di proporre ai miei genitori il suo acquisto. Avrei dovuto sapere che era il cavallo della vita (almeno fino all’arrivo di Ole delle Paludi, la mia saura adorata che acquistai alla fine degli anni novanta).

La coppia, Claudio vs Morozzo fece il suo debutto pochi giorni prima della fine del corso, una domenica di luglio. In una giornata di pioggia. Agognavo quel debutto, nelle settimane precedenti ammiravo con tanta invidia e tristezza i miei compagni che già saltavano fossi e arginelli, siepi e muretti in costa. Ero escluso, il colonnello non mi riteneva pronto. Ma poi finalmente ecco che quella domenica li io e Morozzo scendevamo in pista. Lui bellissimo, ed io con i miei stivali da equitazione, i miei pantaloni di fustagno marroni, il maglione blu con maniche grigie (o viceversa, non ricordo più tanto bene) che era in dotazione a tutti gli allievi. Il casco nuovo di pacca lo avevo acquistato dal Pariani come anche la frusta, tutta roba che conservo ancora gelosamente. Scendevo dunque a galoppare su quel manto erboso che aveva visto le gesta di cavalli celebri, e fantini famosi.

I preliminari non li ricordo affatto. Nn l’insellaggio, nn il tondino, non là vestizione, non l’andata in pista alla partenza. Ricordo solo che mi feci prestare gli occhialetti da corsa ad Annibale (Annibale Brivio Sforza). Che poi gettai prima della partenza perché non mi ci trovavo. Ma ho vivissimo il momento in cui lo starter diede il via. Rimasi attardato, Gli altri erano già oltre la prima siepe proprio davanti al via di quei 2500 metri, una distanza ridotta proprio per favorire noi allievi gentlemen, rispetto a quella tradizionale dei 3000. Io preso dalla frenesia cominciai dunque solo allora a galoppare su quell’erba paradiso di saltatori e fantini. Saltai la siepe che mi pareva gigantesca. Poi continuai a saltare e saltare e saltare. Ho negli occhi due momenti della corsa. Quando dopo il muro in cresta vidi a terra inginocchiato con le mani sulla faccia Riccardo Menichetti che era caduto poco prima del mio passaggio, e quello della siepe in curva che immette sulla dirittura d’arrivo.

Pasqualino Mazzoni, uno che di cavalli ci ha sempre capito e di cui ho perso le tracce, mi aveva detto che Morozzo a quella siepe avrebbe scartato a destra, come faceva del resto sempre e sarei stato squalificato. Ero deciso a non permetterglielo. Quando ci arrivai, portai la frusta a destra, la tenni ben frema sulla sua spalla, il cavallo capì che nn scherzavo e passò l’ostacolo.

La dirittura di Maia non è tanto lunga. Passai indenne l’ultima siepe. Lontano vedevo due cavalli che battagliavano per la vittoria. Dovevano essere quelli di Calabrò e del più piccolo dei Turner. A prevalere con disappunto del secondo fu Calabrò. Io inaspettatamente ero il terzo al traguardo. Nelle corse per allievi gentlemen non c’erano scommesse, ma in caso contrario avrei passato una cifra.

Il rientro all’insellaggio che a Merano sta accanto alla palazzina del peso, mi vedeva con le braccia alzate, trionfante per quel terzo posto, con il cavallo condotto a mano del mio fido groom Nicchirì. E mio papà, il Renato ad accogliermi. Non stava più nella gioia, era talmente emozionato che non era riuscito a mettere a fuoco la cinepresa che si era portato da Milano per filmare la corsa. Di cui è rimasto un solo fotogramma nn sbiadito.

Quella corsa, quel momento, oggi credo fu una delle poche gioie che diedi al mio papà. Che lo rese fiere di me. Poi sono divenuto un comunista, poi sono stato male per lunghi anni, fino al giorno in cui un altro cavallo, anzi, una cavalla, a Chantilly, mi rese ancora felice, Si chiamava Reine Didon. Ma questa è un latra storia.

 

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