L’Età dell’Oro dell’Ippica italiana. Poi il grande e colpevole declino di una classe dirigente imbelle (video).

Nell’immagine di apertura Crapom Vincitore di Arc (a sx) e Braque.
Nelle immagini una sequenza di campioni da una stessa linea maschile. In alto a sx Ortello. Accanto a dx in alto Antonio Canale. Sotto Braque. In basso Marco Visconti.

Gli anni Venti del Novecento, fondamentali per lo sviluppo del galoppo italiano. Una lunga storia di grandi uomini ma soprattutto di grandi cavalli nell’epoca d’oro del galoppo italiano.

Di Paolo Allegri

Tra il 1920 e il 1930 il galoppo italiano ha vissuto un periodo effervescente, dove attraverso impegno, entusiasmo e ambizione si pongono le basi di un incremento ippico. In un clima di antagonismo illuminato – gli anni felici della Razza Oldaniga, dei fratelli Guzzi, della Scuderia Cella e ancora la Razza Padana, la Razza di Besnate, De Montel, Tesio, Fiamingo, negli anni Venti del Novecento il nostro turf pose le basi per i futuri successi.

Nel foulard riprodotto qui sotto le principali scuderie dell’epoca

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E’ del 1920 l’acquisto da parte di Tesio, di Chuette, la madre di Cranach e di Cavaliere d’Arpino. Ed è in quell’anno che viene inaugurato l’ippodromo di San Siro, il nuovo ippodromo ideato da Mario Locatelli e disegnato da Vietti Violi che sintetizzava nel suo ampio respiro, nella grandiosità dei tracciati, delle diritture, delle monumentali tribune, tutta l’ambizione del nostro galoppo di virare verso una prospettiva internazionale.

Ormai i grandi proprietari vedevano a portata di mano la possibilità di andare a vincere all’estero. Parte così da Milano il decennio d’oro dell’Italia che galoppa, illustrato da Apelle e da Ortello, attorniati da soggetti di altissimo valore quali appunto Cranach e Cavaliere d’Arpino e due femmine che nel 1928 daranno vita a duelli rimasti nell’immaginario, Delleana e Erba, la prima che oggi si direbbe front runner e la seconda dallo spunto micidiale piazzato dopo corsa all’attesa.

Apelle fu il primo cavallo italiano di valore assolutamente mondiale: tredici corse, otto vittorie, quattro piazzamenti, in meraviglioso sauro che stabilì un record rimasto a lungo insuperato, i 3000 metri del Gran Premio di Milano galoppati in 3’11” e 3/5. La madre di Apelle, Angelina, era stata acquistata nel 1921 da Tesio e, nel ’23, diede nel futuro laureato del Milano il miglior figlio di Sardanapale.

Ortello fu un grande passista alla Teddy e dopo aver vinto il Chiusura a due anni, fu il dominatore della campagna primaverile del 1929. Dopo aver dimostrato il suo grande valore sui 3000 metri del Milano, si confermò nel St. Leger staccando così il biglietto per Parigi dove nell’Arc venne fuori in dirittura respingendo nel finale il tentativo del piccolo Kantar. Alla linea di Ortello, attraverso suo figlio Torbido, appartiene lo scatenato e dispersivo Antonio Canale che dopo essere stato battuto nel Derby del 1948 venne impiegato all’attesa nel Milano. La tattica si rivelò vincente, con il nipote di Ortello dominatore in dirittura per ben otto lunghezze su Murghab e il francese Diamant VII.

Quel fuoco, quell’estrosità in razza Antonio Canale la trasmise a suo figlio Marco Visconti. Un prodotto della Razza Spineta, galoppatore di potenza rara, di magnifica azione ma psichicamente e anche fisicamente delicatissimo. Siamo nella stagione 1965 – vedete amici come ci portano a cavalcare gli anni, i decenni le linee del purosangue – e Marco Visconti nel Derby perde la partenza, resta indietro di cento metri ma recupera con coraggio e finisce terzo. E’il segno di una classe cristallina che l’erede di Antonio Canale esprimerà al meglio a 4 anni vincendo Milano e Jockey Club, le grandi corse di San Siro.

Antonio Canale diede anche un soggetto notevole nel derbywinner Braque, corridore di notevole potenza e con un difetto ad un piede (il piede dell’anteriore sinistro piu’ lungo del destro) che ne limitò la carriera. In campo nella stagione 1957 passò di vittoria in vittoria, dal Parioli al Filiberto, dal Derby e ancora Italia e Milano. Vedete come quel seme di sviluppo di un turf d’alto livello, posto nei primi anni Venti del Novecento abbia dispiegato, oltre agli Dei dell’ippica nazionale, da Nearco a Tenerani da Ribot a Molvedo, una miriade di progetti di corse e campioni, di linee di sangue. Rappresentano la linfa vitale, il pozzo inesauribile di cultura al quale il nostro turf, così come ogni appassionato, ogni ippico autentico, deve attingere per rilanciare ancora il SOGNO di un’ippica italiana dalla vocazione internazionale.

 

 

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