Razza del Soldo. I Grandi Campioni di una Grande famiglia milanese che ha fatto Grande il Paese, i Crespi del Corriere della Sera.

Nell’immagine di apertura, la giubba da corsa della Razza del Soldo

di Paolo Allegri

Un nuovo appuntamento con la grande ippica raccontato e descritto da Paolo Allegri in esclusiva per Chavalier.net. Con il raconto di Hernest Heminguay IL MIO VECCHIO dove viene narrata la storia di un vecchio fantino che muore in una corsa a ostacoli a San Siro

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Qui sopra Federico Regoli in sella a un dormelliano

La genealogia della campionessa Archidamia, l’ultima femmina a vincere il Derby Italiano. Da notare il doppio ritorno su St Simon in IV generazione

Negli anni Trenta, praticamente nel quartiere ippico di Milano, fu edificata Villa Bellotta. La proprietà della famiglia Crespi, gli industriali cotonieri proprietari del Corriere della Sera (dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino al 1974), ospitò la scuderia della Razza del Soldo. Lo scenario era suggestivo, quello di uno splendido cortile liberty. Il Soldo, una formazione che è nella storia del nostro turf e con due simboli: quella incantevole giubba nero e violetta e l’ultima femmina a vincere il nostro Derby, Archidamia.

Il grande allenatore, Federico Regoli, a 80 anni sellò il suo ultimo vincitore di gruppo, Rolle. Fu celebrato da Ernest Hemingway in Il Mio Vecchio.

L’allenatore dei cavalli da corsa in quella che gli appassionati avevano ribattezzato ‘Villa Crespi’ si chiamava Federico Regoli. Vissuto tra gli ultimi anni dell’Ottoccento e il 1985, Federico fu in gioventù uno dei più grandi fantini italiani di ogni tempo. Montava per la scuderia di Federico Tesio, in sella a cavalli di grande classe, come l’imbattuto Cavaliere d’Arpino. E’ stato sublime in sella, suo è tuttora il record di vittorie (otto, di cui cinque consecutive) nel Derby, ottenute tra il 1917 e il 1926. Sempre in lotta con il peso, si ritirò dalle corse nel 1932 e, lasciata la Dormello Olgiata, iniziò per la Razza del Soldo una lunga e fortunata carriera di allenatore e scopritore di grandi talenti.  Federico Regoli ha sellato in Rolle il suo ultimo vincitore di gruppo uno nel Repubblica del 1979, quasi a 80 anni.  Un signore elegante, di grande educazione ed un fantastico allenatore, questo esponente di una famiglia ippica pisana, celebrato anche da Hemingway in uno splendido cammeo nel racconto ‘Il Mio Vecchio’. In quella scuderia dove i Crespi avevano disegnato un progetto ambizioso e presto vincente, ogni mattina Regoli apriva i boxes di cavalli bellissimi e talentuosi: un esemplare Pilade, un purosangue cronometrico e facile da gestire, dell’estroso e potente Crapom e, di lì a poco, di una cavalla di immensa classe e di ferro, Archidamia. Nella sua prima stagione da allenatore, l’ex fantino di Tesio sellò in Crapom addirittura un vincitore di Arc. Il fantino di scuderia fu a lungo Paolo Caprioli, poi in seguito anche Silvio Parravani vestì l’elegante casacca nera e violetta. Archidamia fu la campionessa che dopo il centro nell’Arc esaltò lo squadrone della Razza del Soldo nella stagione 1936. Fu sottoposta a un tour de force, tanti impegni durissimi in un arco ristretto di tempo. Era una cavalla allevata in casa e con linea femminile soldiana. A due anni, dopo che si era piazzata in due corse, Regoli la ritenne matura per una sfida ad i maschi del miglior livello. Così  la figlia di Manna – un Phalaris – vinse il Gran Criterium a 14 contro uno battendo Etile e Mareschi. Il rientro a Pisa l’otto marzo del 1936 ne ribadì la classe, così da staccare il biglietto per il Regina Elena, vinto in un campo ridotto. A sette giorni di nuovo in pista, vincendo il Parioli di un collo su Nipissing, futuro vincitore dell’Omnium (oggi Repubblica). Tre settimane dopo il miglio romano delle nostre Duemila Ghinee ecco che Archidamia s’impone nelle Oaks a San Siro.  Dopo aver centrato la corona femminile, Regoli decise di alzare ancora l’asticella. Ecco il Derby, il primo giovedì del mese di giugno. La campionessa in nero e violetto proseguì la sua suite vincente. Ma non era ancora finita qui perché tre settimane dopo a San Siro c’era quello che allora era un altro Derby, su un tracciato ancora più selettivo, il Gran Premio d’Italia. Prima della corsa milanese, Tesio aveva sottoposto Ettore Tito a uno di quei famosi trial in cui il Senatore stabiliva le gerarchie di scuderia: Ettore Tito aveva volato ed era pronto a lanciare il suo guanto di sfida alla campionessa. Fu una battaglia, quell’edizione dell’Italia, tanto che Archidamia fu costretta alla parità dal campione del genio piemontese. L’apoteosi di una stagione durissima per Archidamia fu nel Gran Premio Milano, disputato a pochi giorni dall’Italia. Fu una vittoria devastante, contro gli anziani. Tellurio relegato a sette lunghezze, Ettore Tito stavolta ben battuto a dodici lunghezze. Da quel rientro pisano al successo nel Milano furono 105 giorni di una sequenza di impegni ravvicinati ad alto livello che oggi sarebbe impossibile.

DaI I 49 RACCONTI di Ernest Hemingway la storia di un vecchio fantino che per guadagnare qualche soldo monta in corsa a san Siro molti molti anni fa. E di una combine in un Gran Prix.

di Ernest Hemingway

Adesso, ripensandoci, credo proprio che il mio vecchio avesse la tendenza a ingrassare, a diventare, preciso preciso, uno di quei tombolotti che si vedono in giro, ma di sicuro non lo diventò mai, tranne un po’ verso la fine, forse, e allora non era colpa sua, allora faceva solo corse a ostacoli e poteva permettersi di portare tutto il peso che voleva. Ricordo quando s’infilava un camiciotto di gomma sopra un paio di maglie, e sopra il camiciotto ancora un altro maglione, e mi faceva correre con lui la mattina sotto il sole cocente. Magari, la mattina di buon’ora, aveva già fatto qualche giro di prova con uno dei brocchi di Razzo, subito dopo essere arrivato da Torino alle quattro del mattino e aver preso un taxi per correre alle scuderie, e poi, con la rugiada che copriva ogni cosa e il sole che cominciava a spuntare solo allora, io lo aiutavo a sfilarsi gli stivali e lui si metteva un paio di scarpe da ginnastica e tutte queste maglie, e ci avviavamo insieme. «Su, ragazzo» diceva, saltellando sulla punta dei piedi davanti allo spogliatoio dei fantini «rimoviamoci.» Allora facevamo forse un giro di campo, con lui che tirava, correndo con eleganza, e poi uscivamo dal cancello e prendevamo una di quelle strade con gli alberi da tutt’e due le parti che partono da San Siro. Quando uscivamo dall’ippodromo passavo in testa io, che ero capace di correre piuttosto forte, e voltandomi indietro a guardare lo vedevo saltellare con disinvoltura alle mie spalle, e dopo un po’ mi voltavo un’altra volta e lui aveva cominciato a sudare. Sudando copiosamente continuava a darci dentro, con gli occhi incollati alla mia schiena, ma quando si accorgeva che lo guardavo sorrideva e diceva: «Sudo abbastanza?». Quando il mio vecchio sorrideva, nessun altro poteva trattenere un sorriso. Continuavamo a correre verso le montagne e poi il mio vecchio urlava: «Ehi, Joe!» e io mi voltavo indietro e lui era là seduto sotto un albero con un asciugamano intorno al collo, quello che prima aveva intorno alla vita. Tornavo indietro e mi sedevo accanto a lui e lui toglieva di tasca una corda e cominciava a saltare la corda, al sole, col sudore che gli grondava dal viso, e saltava nella polvere bianca con la corda che faceva cloppete, cloppete, clop, clop, clop, e il sole che diventava sempre più caldo, e lui che ci dava dentro sempre più, avanti e indietro per un pezzo di strada. Ehi, anche vedere il mio vecchio che saltava la corda era uno spettacolo. Sapeva farla roteare velocissima o volteggiare lenta ed elegante. Ehi, avreste dovuto vedere come ci guardavano gli italiani, certe volte, quando passavano di lì per entrare in città, marciando di fianco ai giovenchi, grossi e bianchi, che tiravano il carro. Avevano proprio l’aria di pensare che il mio vecchio fosse matto. Quanto a lui, faceva girare la corda così in fretta che quelli s’incantavano a guardarlo, poi scuotevano i giovenchi con uno schiocco della lingua e una stoccata del pungolo e si rimettevano in cammino. Quando stavo là seduto a guardarlo, mentre lui ci dava dentro sotto il sole cocente, sentivo proprio un grande affetto per lui. Era uno spasso, e lui ce la metteva proprio tutta, e finiva con un vero mulinello che gli faceva colare il sudore dal viso come se fosse acqua, e poi buttava la corda ai piedi dell’albero e veniva a sedersi lì con me e si appoggiava all’albero con l’asciugamano e un maglione intorno al collo. «Certo che è dura tenerla giù, Joe» diceva, appoggiando le spalle al tronco e chiudendo gli 93

occhi e tirando respiri lunghi e profondi «non è come quando sei un ragazzo.» Poi si alzava e, prima che cominciasse a raffreddarsi, tornavamo di corsa alle scuderie. Ecco quello che si doveva fare per non far salire il peso. Lui era sempre preoccupato. Alla maggior parte dei fantini basta montare per togliersi di dosso il grasso in più. Un fantino perde circa un chilo ogni volta che monta, ma il mio vecchio si era come prosciugato e non poteva tener bassi i suoi chili senza tutte quelle corse. Ricordo una volta a San Siro quando Regoli, un piccolo italiano che montava per Buzoni, uscì attraverso il paddock per andare a prendere qualcosa di fresco al bar; si batteva gli stivali col frustino, dopo essersi appena pesato, e anche il mio vecchio era appena stato al peso, e usci con la sella sottobraccio, rosso in faccia e stanco e troppo grosso per il costume di seta che indossava, e si fermò a guardare il giovane Regoli ritto davanti al banco di quel bar all’aperto, con la sua aria fresca e infantile, e io dissi: «Che c’è, papa?», perché credevo che Regoli, magari, lo avesse spinto o disturbato in qualche modo, e lui si limitò a guardare Regoli e a dire: «Oh, all’inferno» e prosegui verso gli spogliatoi. Be’, sarebbe andato tutto bene, forse, se fossimo rimasti a Milano, correndo a Milano e a Torino, perché se c’erano degli ippodromi facili erano questi due. «Una passeggiata, Joe» disse il mio vecchio quando mise piede a terra nel recinto del vincitore dopo quello che secondo gli italiani doveva essere uno steeplechase da brivido. Un giorno glielo chiesi. «Questa pista ti porta da sola. È l’andatura a rendere pericoloso il salto degli ostacoli, Joe. Qui si va come lumache, e non ci sono nemmeno degli ostacoli veramente brutti. Ma è sempre l’andatura.non gli ostacoli – a metterti nei guai.» San Siro era l’ippodromo più bello che io avessi mai visto, ma il vecchio diceva che era una vita da cani. Andare avanti e indietro tra Mirafiori e San Siro e montare quasi tutti i giorni con un viaggio in treno ogni due notti. Anch’io ero pazzo per i cavalli. C’è qualcosa, quando escono e si avviano lungo la pista al palo di partenza. Nervosi e scalpitanti come sono, col fantino che ora li trattiene e ora forse molla un po’ le redini e li lascia scattare in avanti. Poi, una volta arrivati ai nastri, mancava poco che mi sentissi male. Specie a San Siro, con quel grande campo verde e i monti in lontananza e il grasso mossiere italiano con la sua grossa frusta e i fantini che cincischiano e poi i nastri che si alzano di scatto e quella campana che suona e tutti che partono in gruppo e poi cominciano a sgranarsi in una lunga fila. Lo sapete come parte un grappolo di brocchi. Se siete su in tribuna col binocolo, tutto quello che si vede è quando si gettano avanti, e poi suona quella campana e sembra che continui a suonare per mille anni, e poi si vedono sbucare dalla curva, a rotta di collo. Ma il mio vecchio disse un giorno, negli spogliatoi, mentre si cambiava: «Questi non sono cavalli, Joe. A Parigi li manderebbero al macello per tenere gli zoccoli e le pelli». Era il giorno in cui aveva vinto il premio Commercio su Lantoma, facendola scattare negli ultimi cento metri come un tappo da una bottiglia. Fu subito dopo quel premio che partimmo e lasciammo l’Italia. Il mio vecchio, Holbrook e un italiano grasso col cappello di paglia che continuava ad asciugarsi la faccia con un fazzoletto ebbero una discussione a un tavolo in Galleria. Parlavano tutti in francese e gli altri due ce l’avevano col mio vecchio per qualcosa. Alla fine lui non parlò più ma rimase là seduto a guardare Holbrook, e i due insistevano, parlando prima l’uno e poi l’altro, con l’italiano grasso che interrompeva sempre Holbrook. «Vammi a comprare lo “Sportsman”, eh, Joe?» disse il mio vecchio, e mi allungò due soldi senza distogliere lo sguardo da Holbrook. Così uscii dalla Galleria per andare davanti alla Scala a comprare il giornale, e tornai indietro e mi tenni un po’ in disparte perché non volevo interferire, e il mio vecchio era seduto con le spalle appoggiate allo schienale guardando il suo caffè e giocherellando col cucchiaino, e Holbrook e l’italiano grasso erano in piedi, e l’italiano grasso si asciugava il viso e scuoteva la testa. E io mi avvicinai e il mio vecchio si comportò proprio come se quei due non fossero là 94

in piedi e disse: «Vuoi un gelato, Joe?». Holbrook abbassò lo sguardo e disse, lento e preciso: «Figlio di puttana» e se ne andò con l’italiano grasso, passando fra i tavoli. Il mio vecchio rimase là seduto e mi rivolse una specie di sorriso, ma il suo volto era bianco e sembrava che lui stesse malissimo, e io avevo una gran fifa e mi sentivo un vuoto al-la bocca dello stomaco perché sapevo che era successo qualcosa e non capivo come uno potesse dare al mio vecchio del figlio di puttana e farla franca. Il mio vecchio aprì lo “Sport-sman” e per qualche tempo studiò gli handicap e poi disse: «Bisogna sopportare un mucchio di cose in questo mondo, Joe». E tre giorni dopo, col treno di Torino per Parigi, lasciavamo Milano per sempre, dopo aver venduto all’asta, davanti alle scuderie di Turner, tutto quello che non eravamo riusciti a ficcare in un baule e in una valigia. Arrivammo a Parigi la mattina di buon’ora, in una stazione lunga e sporca che – mi disse il vecchio – era la Gare de Lyon. Dopo Milano, Parigi era una città spaventosamente grande. A Milano si ha sempre l’impressione che tutti vadano in qualche posto, e che tutti i tram abbiano una destinazione e che non ci sia nessuna confusione; Parigi, invece, è tutta fatta su come una palla e nessuno la srotola mai. Finì per piacermi, comunque, almeno in parte, perché, accidenti, ci sono i migliori ippodromi del mondo. Si direbbe che sia questa, la molla di tutto, e tutto quello che si può pensare è che ogni giorno ci saranno degli autobus per andare all’ippodromo dove si corre, qualunque sia, passando sopra a tutto pur di arrivare là. Non sono mai riuscito a conoscere bene Parigi, perché ci venivo una o due volte la settimana col vecchio da Maisons e lui si sedeva sempre al Café de la Paix, dalla parte dell’Opera, col resto della ganga di Maisons, e credo che sia una delle parti più trafficate della città. Ma, dico, è strano che una città come Parigi non abbia una Galleria, no? Dunque, noi andammo a stare a Maisons-Laffitte, dove stanno quasi tutti tranne la ganga di Chantilly, da una certa signora Meyers che dirige una pensione. Maisons, per abitarci, è forse il più bel posto che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Il paese non è granché, ma c’è un lago e una bellissima foresta dove andavamo a zonzo tutto il giorno, io e un amico, e il mio vecchio mi costruì una fionda con cui prendemmo un mucchio di cose, ma la migliore era una gazza. Con questa fionda, un giorno, il giovane Dick Atkinson colpi un coniglio, e noi lo mettemmo sotto un albero, e gli stavamo seduti tutt’intorno, a fumare le sigarette di Dick, quando a un tratto il coniglio saltò su e se la batté tra i cespugli, e noi ci buttammo all’inseguimento ma non riuscimmo a trovarlo. Dio, come ci siamo divertiti a Maisons. La signora Meyers mi serviva il pranzo al mattino, e poi io stavo fuori tutto il giorno. Imparai presto a parlare francese. È una lingua facile. Appena arrivati a Maisons, il mio vecchio scrisse a Milano per avere la licenza, e rimase piuttosto preoccupato finché non arrivò. Passava molte ore con la ganga al Café de Paris di Maisons, perché lì c’era un sacco di gente che aveva conosciuto quando correva a Parigi, prima della guerra, e c’è sempre molto tempo libero perché il lavoro nella scuderia, per i fantini, cioè, è già finito alle nove del mattino. Loro portano fuori il primo gruppo di ronzini, per fargli fare una galoppata, alle cinque e mezzo del mattino, e il secondo gruppo lo portano a spasso alle otto. Ciò significa che bisogna alzarsi presto e anche andare a letto presto. Se poi il fantino monta anche per qualcuno, non può andare in giro a bere, perché, se è un ragazzo, l’allenatore gli tiene gli occhi addosso e se non lo è gli occhi addosso se li tiene da solo. Così, se non lavora, il fantino passa quasi tutto il tempo con la ganga al Café de Paris, e sono tutti capaci di star seduti due o tre ore davanti a un bicchiere, per esempio di vermut col seltz, a parlare e a raccontare storielle e a giocare a bigliardo, ed è un po’ come un circolo o, a Milano, la Galleria. Solo che non è proprio come la Galleria, perché là c’è sempre un gran viavai e i tavoli sono affollatissimi. Dunque, il mio vecchio ebbe la sua licenza. Gliela spedirono senza una parola e lui disputò un paio di corse. Amiens, le città dell’interno e così via, ma sembrava che non riuscisse ad avere un ingaggio. Era simpatico a tutti, e ogni volta che al mattino entravo nel caffè trovavo qualcuno che beveva con lui, perché il mio vecchio non era uno spilorcio come la maggior 95

parte di questi fantini che hanno guadagnato il primo dollaro correndo nel novecentoquattro alla Fiera mondiale di St Louis. Così diceva il mio vecchio per sfottere George Burns. Ma sembrava che tutti si guardassero bene dal trovargli un cavallo. Ogni giorno andavamo con la macchina da Maisons dovunque si corresse, e quella era la cosa più divertente di tutte. Io fui contento quando, alla fine dell’estate, i cavalli tornarono da Deauville. Anche se questo significava non andare più a spasso per i boschi, perché allora andavamo con la macchina a Enghien o a Tremblay o a Saint-Cloud a vederli dalla tribuna degli allenatori e dei fantini. Ne imparai, di cose, sulle corse, andando in giro con quella comitiva, e il bello era che ci si andava tutti i giorni. Ricordo, una volta, a Saint-Cloud. Era una grande corsa da duecentomila franchi con sette concorrenti e Kzar era il grande favorito. Io andai nel paddock a vedere i cavalli col mio vecchio, e non ne avete mai visti di cavalli come quelli. Questo Kzar è un cavallone giallo che sembra fatto apposta per correre. Non ho mai visto un cavallo simile. Lo portavano in giro per il paddock a testa bassa, e quando passò vicino a me mi sentii un vuoto allo stomaco, tanto era bello. Non era mai esistito un cavallo così meraviglioso, snello e fatto per correre. E girava per il paddock mettendo gli zoccoli dove doveva metterli, e muovendosi con calma, con precisione e con disinvoltura, come se sapesse esattamente quello che doveva fare, e senza impuntarsi e senza impennarsi e senza strabuzzare gli occhi come si vede fare a questi brocchi messi in vendita con la bomba in corpo. La folla era cosi fitta che dopo un po’ non riuscivo più a vederne altro che le zampe che passavano e un po’ di giallo, e il mio vecchio si mise a fendere la calca e io lo seguii negli spogliatoi dei fantini, tra gli alberi sul retro, e c’era una gran folla anche da quelle parti, ma l’uomo sulla porta, con la bombetta, salutò il mio vecchio con un cenno del capo e noi entrammo, e tutti stavano seduti qua e là e si vestivano e s’infilavano camicie dalla testa e si mettevano stivali e dappertutto c’era un odore caldo di sudore e linimento, e fuori c’era la folla che guardava dentro. Il mio vecchio andò a sedersi vicino a George Gardner che si stava infilando i calzoni e disse: «Che mi racconti, George?», nel suo tono di voce più normale, perché è inutile fare la commedia, perché George può fare due cose: o glielo dice o non glielo dice. «Non vince» dice George, pianissimo, sporgendosi verso di lui e abbottonandosi le braghe sotto il ginocchio. «Chi vince?» fa il mio vecchio, avvicinandosi per non farsi sentire da nessuno. «Kircubbin» dice George «e in questo caso fa’ un paio di puntate anche per me.» Il mio vecchio dice qualcosa a George con la sua voce normale e George dice: «Non puntare mai sui cavalli che ti dico io» come scherzando, e noi ce la battiamo e passiamo tra la gente che guardava dentro, fino al totalizzatore da cento franchi. Ma io sapevo che c’era sotto qualcosa, perché George è il fantino di Kzar. Strada facendo il mio vecchio prende uno di quei fogli gialli con le quote di partenza, e Kzar paga solo cinque a dieci, poi, tre a uno, viene Cefisidote, e al quinto posto c’è questo Kircubbin, otto a uno. Il mio vecchio punta su Kircubbin, cinquemila vincente e mille piazzato, e poi girammo dietro le tribune per salire le scale e scegliere un posto da cui seguire la corsa. Eravamo pigiati come sardine, e per primo uscì un uomo con una giacca lunga, un cilindro grigio e in mano una frusta ripiegata, e poi i cavalli, l’uno dopo l’altro, con i fantini in sella e uno stalliere che li teneva per le briglie da ogni lato e procedeva di fianco agli animali, seguirono il vecchio signore. Al primo posto era quel cavallone giallo, Kzar. Non sembrava così grosso, la prima volta che lo vedevi, finché non notavi la lunghezza delle zampe e tutto il modo in cui è fatto e come si muove. Accidenti, non ho mai visto un cavallo simile. Lo montava George Gardner, e venivano avanti lentamente, cavallo e cavaliere, dietro il vecchio signore col cilindro grigio che camminava come se fosse il direttore di un circo. Dietro Kzar, che avanzava lustro e giallo sotto il sole, veniva un bel morello dalla testa ben proporzionata montato da Tommy Archibald; e dopo il morello c’era una fila di altri cinque cavalli che passavano tutti lentamente, in processione, davanti alle tribune e al pesage. Il mio vecchio disse che 96

il moro era Kircubbin e io lo guardai bene, ed era un bel cavallo, sissignori, ma con Kzar non aveva niente da spartire. Tutti applaudirono Kzar, mentre passava, ed era proprio un bellissimo cavallo. Il corteo girò dall’altra parte, passando davanti al prato, e si fermò in fondo alla pista, dove il direttore del circo ordinò agli stallieri di lasciar liberi i cavalli, l’uno dopo l’altro, in modo che sfilassero al galoppo davanti alle tribune mentre andavano ai nastri di partenza e tutti potessero vederli bene. Si erano appena allineati quando suonò il gong, e allora fu possibile vederli, lontanissimi, di là dal prato, partire tutti in gruppo e gettarsi verso la prima curva come tanti cavallini per bambini. Io li stavo guardando col binocolo e Kzar era piuttosto indietro, con uno dei bai che facevano l’andatura. Finirono la curva, entrarono in rettilineo e passarono davanti alle tribune, e Kzar era molto indietro quando ci passarono davanti, mentre in testa c’era questo Kircubbin, che filava senza intoppi. Dio, è terribile quando ti passano davanti e poi ti tocca di vederli allontanarsi e diventare sempre più piccini, e poi tutti raggruppati nelle curve, per poi sgranarsi nuovamente in rettilineo, e ti vien voglia d’inveire e bestemmiare sempre più. Finalmente fecero T’ultima curva ed entrarono in dirittura d’arrivo con in testa questo Kircubbin, staccato di un bel po’. Tutti avevano una faccia strana e dicevano «Kzar» come se avessero mal di pancia, mentre i cavalli divoravano il rettilineo, e poi qualcosa uscì dal gruppo ed entrò nel mio campo visivo, qualcosa di simile a una striscia gialla con la testa di cavallo, e tutti cominciarono a gridare «Kzar» come se fossero diventati matti. Kzar era il cavallo più veloce che io avessi mai visto in vita mia, e incalzava Kircubbin che, per essere un morello, non poteva andare più svelto di così, col fantino che lo frustava a tutto spiano, e per un attimo furono testa a testa anche se Kzar, con quei balzi giganteschi e quella testa alta, sembrava due volte più veloce di lui: ma fu mentre erano così testa a testa, che passarono il traguardo, e quando apparvero i cartelli con i numeri il primo era un due e ciò significava che Kircubbin aveva vinto. Io mi sentivo, dentro, tutto strano e tremante, e poi ci trovammo pigiati tra là folla che scendeva le scale per andarsi a mettere davanti al tabellone dove avrebbero esposto quanto pagava Kircubbin. Parola, guardando la corsa mi ero dimenticato di quanto il mio vecchio aveva puntato su Kircubbin. Avevo tanto voluto che Kzar la vincesse. Ma ora che tutto era finito era bello sapere che avevamo azzeccato il vincente. «Non è stata una bella corsa, papa?» gli dissi. Mi guardò in modo strano, con la bombetta sulla nuca. «George Gardner è un gran fantino, come no» disse. «Ci voleva proprio un gran fantino per impedire a quello Kzar di vincere.» Avevo sempre saputo, si capisce, che era una corsa truccata. Ma sentirlo dire così, dal mio vecchio, fu un colpo terribile, per me, da cui non mi ripresi nemmeno quando affissero i numeri al tabellone e suonò la campana per avvertire gli scommettitori e vedemmo che Kircubbin pagava sessantasette e cinquanta a dieci. Tutt’intorno la gente diceva: «Povero Kzar! Povero Kzar!». E io pensavo: Vorrei essere un fantino, e vorrei averlo potuto montare io invece di quel figlio di puttana. Ed era strano, pensare a George Gardner come a un figlio di puttana, perché mi era sempre stato simpatico e per giunta ci aveva dato il vincente, ma a conti fatti credo proprio che lo sia, sissignore un figlio di puttana. Il mio vecchio era pieno di soldi, dopo quella corsa, e cominciò a venire a Parigi più spesso. Se correvano a Tremblay, si faceva lasciare giù in città mentre gli altri tornavano a Maisons, e ci sedevamo insieme davanti al Café de la Paix a guardare la gente che passava. È divertente stare là seduti. Ci sono fiumi di gente che passa e tipi di ogni genere che ti abbordano per venderti qualcosa, e a me piaceva molto stare là seduto col mio vecchio. Era in quei momenti che ci divertivamo di più. Arrivavano dei tipi che vendevano dei buffi conigli che saltavano se schiacciavi una peretta e venivano al nostro tavolo e il mio vecchio scherzava con loro. Parlava il francese proprio come l’inglese e tutta quella gente sapeva chi era, perché un fantino si riconosce sempre: e poi noi ci sedevamo sempre allo stesso tavolo e loro si abituavano a vederci là. C’erano dei tipi che vendevano bollettini di annunci matrimoniali e delle ragazze che vendevano uova di gomma dalle quali, schiacciandole, saltava fuori un gallo; e un vecchio dall’aria losca che passava con delle cartoline di Parigi, mostrandole a tutti, 97

e nessuno naturalmente le comprava, e allora lui tornava indietro e mostrava il disotto del mazzo, ed erano tutte cartoline sconce, e un sacco di gente sceglieva quelle che preferiva e le comprava. Dio, ricordo la strana gente che passava. Ragazze che all’ora di cena cercavano qualcuno che le portasse a mangiar fuori, e si rivolgevano al mio vecchio e lui diceva qualche battuta in francese e loro mi facevano una carezza sulla testa e tiravano diritto. Una volta c’era un’americana seduta con la figlia al tavolo vicino al nostro, e mangiavano il gelato, tutt’e due, e io non facevo che guardare la bambina, che era di una bellezza straordinaria, e le sorrisi e lei sorrise a me, ma la cosa finì lì, perché io le cercavo tutti i giorni e pensavo a quali scuse trovare per parlarle e mi chiedevo se, una volta che l’avessi conosciuta, sua madre mi avrebbe permesso di portarla a Auteuil o a Tremblay, mentre non le rividi mai più, né l’una né l’altra. Comunque, credo che non sarebbe servito a niente, perché ripensandoci ricordo di essermi detto che il modo migliore per attaccare discorso consisteva nel dire: «Scusate, ma posso darvi un vincente per le corse di oggi a Enghien?», e dopo tutto forse lei avrebbe pensato che ero uno di quelli che vendono le dritte sui cavalli, invece di essere uno che voleva darle sul serio un vincente. Stavamo là seduti al Café de la Paix, io e il mio vecchio, e il cameriere ci portava in palma di mano, perché il mio vecchio beveva whisky e l’whisky costava cinque franchi, e questo significava una buona mancia quando si contavano i piattini. Il mio vecchio beveva più che mai, più di quanto lo avessi visto fare, ma allora non montava, e per giunta diceva che l’whisky gli impediva d’ingrassare. Io invece mi ero accorto che ingrassava lo stesso. Si era staccato dalla vecchia ganga di Maisons e sembrava che gli piacesse solo starsene là seduto, con me, sul boulevard. Ma ogni giorno lasciava all’ippodromo una parte dei suoi quattrini. Si sentiva un po’ depresso dopo l’ultima corsa, se quel giorno aveva perso, finché non eravamo seduti ai nostro tavolo, e allora beveva il primo whisky e stava bene. Leggeva il “Paris-Sport” e mi guardava e diceva: «Dov’è la tua ragazza, Joe?», per prendermi in giro, dal momento che gli avevo parlato della bambina di quel giorno al tavolo accanto. E io arrossivo, ma non mi dispiaceva essere preso in giro per lei. Mi dava una sensazione gradevole. «Tieni gli occhi aperti, Joe» diceva lui «tornerà.» Mi faceva un mucchio di domande e rideva, di certe cose che dicevo io. E poi si metteva a parlare. Delle corse in Egitto, o a Saint-Moritz, sul ghiaccio, prima che morisse mia madre, e di quando, durante la guerra, si facevano, nel sud della Francia, vere e proprie corse senza premi, né scommesse, né spettatori, né altro, solo per non perdere la razza. Vere corse con i fantini che spremevano al massimo i cavalli. Dio, potevo starlo a sentire per ore mentre parlava, specie dopo che aveva bevuto un paio di whisky e magari qualcuno di più. Mi raccontava di quando era ragazzo nel Kentucky e andava a caccia di procioni, e dei vecchi tempi negli States prima che andasse tutto a rotoli. E diceva: «Joe, quando avremo vinto una posta come dico io, tu tornerai là negli States e andrai a scuola». «Perché devo tornare negli States e andare a scuola se là è andato tutto a rotoli?» gli chiedevo. «Questo è un altro discorso» diceva lui, e chiamava il cameriere e pagava la pila di piattini e prendevamo un taxi per la Gare Saint-Lazare e salivamo sul treno per Maisons. Un giorno a Auteuil, dopo uno steeplechase a vendere, il mio vecchio comprò il vincente per trentamila franchi. Dovette andare un po’ su con le offerte, per averlo, ma finalmente la scuderia mollò il cavallo e il mio vecchio, in una settimana, ebbe il suo permesso e i suoi colori. Dio, come mi sentivo orgoglioso quando il mio vecchio diventò un proprietario. Si mise d’accordo con Charles Drake per un box e smise di venire a Parigi, e riprese a correre e a sudare, e lui e io eravamo tutto il personale della nostra scuderia. Il cavallo si chiamava Gilford, era di razza irlandese ed era un buon saltatore, bello ed elegante. Il mio vecchio pensava che alle’ nandolo e montandolo da sé 98

fosse un buon investimento. Io ero fierissimo di tutto e pensavo che Gilford fosse un buon cavallo come Kzar. Era un buon saltatore, un baio, robusto e molto veloce in piano, se lo spingevi a fondo, ed era anche bello da vedere. Dio, come mi piaceva. La prima volta che partì col mio vecchio in arcione, finì terzo in una corsa a ostacoli di duemilacinquecento metri, e quando mio padre smontò, tutto sudato e felice nel recinto dei piazzati, e andò al peso, mi sentii così fiero di lui come se fosse la prima corsa in cui era riuscito a piazzarsi. Vedete, quando uno non monta da un pezzo, si stenta a convincersi che abbia davvero montato, una volta. Adesso era tutto diverso, perché a Milano pareva che nemmeno le grandi corse avessero molta importanza per il mio vecchio, e se vinceva non si entusiasmava mai, mentre adesso la situazione era tale che non riuscivo quasi a dormire la notte prima di una corsa, e sapevo che anche il mio vecchio era emozionato, sebbene non lo dimostrasse. È montare per sé che cambia tutto. La seconda volta che corsero, Gilford e il mio vecchio, era una piovosa domenica a Auteuil, nel Prix du Marat, uno steeplechase di quattromilacinquecento metri. Come fu in pista scappai su in tribuna col binocolo nuovo che mi aveva comprato il mio vecchio perché potessi seguire la loro corsa. Partivano lontano, dalla parte opposta dell’ippodromo, e ai nastri c’era un po’ di agitazione. Un cavallo con i paraocchi faceva una grande confusione e s’impennava e ruppe una volta la barriera, ma io vedevo che il mio vecchio, nella nostra giubba nera con la croce bianca e col berretto nero, si alzava sulla sella e carezzava Gilford con la mano. Poi partirono di scatto e scomparvero dietro gli alberi e il gong suonava disperatamente e con grande fragore si chiudevano gli sportelli del totalizzatore. Dio, ero tanto emozionato che non avevo il coraggio di guardarli, però puntai il binocolo nel punto dove dovevano uscire da dietro gli alberi, e da dietro gli alberi uscirono, con la vecchia giubba nera al terzo posto, volando tutti come uccelli sopra sull’ostacolo. Poi scomparvero di nuovo e poi riapparvero, precipitandosi giù per la di’ scesa, e correvano tutti insieme con scioltezza, rapidi e leggeri, e tutti insieme saltavano l’oxer, senza fatica, e formando un gruppo compatto si allontanavano. Sembrava gli si potesse camminare sulla schiena, tanto erano vicini e tanto tranquilla era la loro andatura. Poi s’innalzarono sulla doppia siepe e uno cadde. Non riuscii a vedere chi fosse, ma in un attimo il cavallo era in piedi e galoppava, libero, mentre gli altri, sempre in gruppo, affrontavano la lunga curva a sinistra prima del rettilineo. Saltarono il muretto e tutti insieme vennero giù per la pista verso la grande riviera proprio davanti alle tribune. Li vidi arrivare e incoraggiai a gran voce il mio vecchio mentre passava, ed era in testa lui di circa una lunghezza e guadagnava, agile come una scimmia, e correvano tutti verso la riviera. Tutti insieme spiccarono il salto sopra la grande siepe della riviera e allora ci fu uno scontro, e due cavalli uscirono dall’ostacolo di traverso, e continuarono a correre, e altri tre caddero l’uno addosso all’altro. Non vedevo più il mio vecchio. Un cavallo si mise in ginocchio e si rialzò, e il fantino lo prese per le redini, balzò in sella e partì verso il traguardo, inseguendo la borsa dei piazzati. L’altro cavallo si alzò e andò via per conto suo, scuotendo la testa e galoppando a briglia sciolta, mentre il fantino si portava barcollando ai margini della pista e si appoggiava allo steccato. Poi Gilford si girò su un fianco, scoprendo il mio vecchio, e si alzò e si mise a correre su tre zampe, con lo zoccolo anteriore penzoloni, e il mio vecchio era là sull’erba, lungo disteso, con la faccia rivolta al cielo e un lato della testa tutto coperto di sangue. Corsi giù dalla tribuna e mi ficcai nella calca e raggiunsi il parapetto e un poliziotto mi afferrò e mi trattenne, mentre due grossi barellieri correvano verso il mio vecchio e, dall’altra parte della pista, tre cavalli, sgranati, uscivano dagli alberi e saltavano l’ostacolo. Il mio vecchio era morto quando lo portarono dentro, e mentre un dottore gli ascoltava il cuore con un aggeggio infilato nelle orecchie udii uno sparo in fondo alla pista che significava che avevano ucciso Gilford. Mi gettai sul mio vecchio, quando portarono la barella nella sala dell’infermeria, e mi aggrappai alla barella e piansi senza freno, e lui appariva così pallido e stanco e così morto, così spaventosamente morto; e non potevo far a meno di pensare che se il mio vecchio era morto forse non c’era stato nessun bisogno di sparare a Gilford. Il suo zoccolo avrebbe potuto guarire. Non so. Gli volevo tanto bene, al mio vecchio. 99

Poi entrarono due uomini e uno mi batte la mano sulla spalla e poi si avvicinò e guardò il mio vecchio e poi prese un lenzuolo dal lettino e glielo stese sopra; e l’altro stava telefonando, in francese, che mandassero l’ambulanza per portarlo a Maisons. E io non riuscivo a smettere di piangere, di piangere e di morire soffocato, quasi, e poi entrò George Gardner e si sedette accanto a me sul pavimento e mi cinse le spalle con un braccio e dice: «Su, Joe, vecchio mio. Alzati e andiamo fuori ad aspettare l’ambulanza». Io e George uscimmo e ci fermammo davanti al cancello, e io cercavo di smettere di frignare e George mi asciugò la faccia col suo fazzoletto e stavamo un po’ indietro mentre la folla usciva dal cancello e due tizi si fermarono accanto a noi mentre aspettavamo che la folla uscisse dal cancello e uno dei due stava contando un pacco di tagliandi del totalizzatore e disse: «Be’, Butler ha avuto il fatto suo». L’altro disse: «Non m’importa un accidente di quell’impostore. Ben gli sta, con tutti gli imbrogli che ha fatto». «Lo dico anch’io» disse l’altro, e stracciò in due il fascio di tagliandi. E George Gardner mi guardò per vedere se avevo sentito e io avevo sentito benissimo e lui disse: «Non badare a quello che hanno detto quei fannulloni, Joe. Il tuo vecchio era un uomo in gamba». Ma io non lo so. Si direbbe che una volta cominciato non vogliano lasciarti proprio nulla.

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