Falbrav. Un grande cavallo amato da tutti gli italiani. Vinse tutto quello che c’era da vincere.

Nella foto di apertura Falbrav con Eugenio Colombo che ne trattò la vendita ai giapponesi.

 

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di Paolo Allegri

La sua carriera è diventata uno splendido libro di Franco Raimondi, a metà tra la leggenda e la storia tutta italiana che 1197 giorni sulle piste di galoppo ci hanno raccontato. La storia è quella di Falbrav, il purosangue tricolore che dal 2000 alla fine del 2003 ha scritto pagine di ippica talmente importanti che il miglior fantino del mondo, Lanfranco Dettori, non si è certo morsicato la lingua paragonandolo a Ribot, il fenomeno, l’imbattuto, il cavallo perfetto di Tesio e della Dormello Olgiata che ancora ci saluta e ci inorgoglisce dalle foto in bianco e nero. E di perfetto, nella sfolgorante attività di Falbrav c’è proprio tutto: l’inizio di carriera in Italia, il passaggio di consegne fra Luciano D’Auria e Luca Cumani, le vittorie in Europa e nel mondo, la cessione del 50% della proprietà da Luciano Salice al giapponese Teruya Yoshida, l’addio in razza con una festa degna di un fuoriclasse del calcio che lascia e dice basta. Falbrav è stato per il galoppo quello che Varenne è stato per il trotto: un campionissimo che ha strappato l’ippica sana dall’anonimato, ha conquistato le copertine dei quotidiani e qualch boccone di telegiornali sportivi. Insomma si è fatto conoscere al di là del recinto tecnico e dell’ippodromo. Qui, in questa sezione dedicata alle grandi storie, ve lo ripresentiamo, perché un amore non si scorda mai.

Come tutti i portacolori della scuderia Rencati di Luciano e Francesca Salice, Falbrav porta un nome in dialetto milanese, Fai il bravo, e nessun altro avrebbe potuto essere piu’ azzeccato. Domato da Luciano D’Auria, allenatore livornese da anni esponente della forma di San Siro, Falbrav debutta in corsa a due anni, il 3 settembre 2000 proprio a San Siro: con in sella Mirco Demuro vince subito la sua maiden, successivamente – e ancora si parla di un puledrone normale, dotato fisicamente e con le gambe svelte ma in pieno divenire – fa filotto di sconfitte, prima in condizionata a Milano, quindi nel Le Marmore a Roma e ancora a Capannelle è secondo nel Premio Guido Berardelli (Gr2), battuto nuovamente dal grigio Mistero, un campioncino rimasto promessa col proseguire del tempo. Il Falbrav con la effe maiuscola lo si inizia a vedere e gustare la stagione successiva: dopo un buon rientro e la piazza d’onore nell’Emanuele Filiberto (LR), D’Auria punta sul Derby Italiano (GR1), la corsa piu’ importante per un 3 anni nei rispettivi Paesi, e da grossa sorpresa chiude al secondo posto alle spalle di Morshdi, irlandese forte forte che si ripeterà prima di infortunarsi. Il campione è scoperto e sempre sotto la guida di D’Auria chiude la stagione vincendo il Premio Felice Scheibler a Roma. L’Italgaloppo si lecca i baffi. A 4 anni, nel 2002, il figlio di Fairy King centra il grande doppio Gran Premio di Milano-Presidente della Repubblica, entrambe corse di gruppo 1 e in entrambe le occasioni sconfiggendo un portacolori di Godolphin, la scuderia dubaiana che fa capo a Sheik Mohammed, il gotha del galoppo mondiale. E’ la festa che in Italia si aspettava da tanto, troppo tempo. Dario Vargiu il fantino. Ma il meglio deve ancora venire: in autunno si alza l’asticella, obiettivo Arc de Triomphe a Parigi, la corsa dei sogni sui 2400 metri. Falbrav ci arriva con un buon test nelle gambe ma il 6 ottobre a Longchamp la sua azione non esplode mai, legato e con l’interpretazione quasi sfiduciata di Olivier Peslier chiude solo al nono posto. Una prova talmente negativa (“il cavallo era stanco – dirà poi D’Auria – due viaggi andata-ritorno Milano-Parigi e due corse vicine, avremmo dovuto saltare la prova di preparazione ed evitando una trasferta avremmo avuto un cavallo piu’ fresco”) da cancellare alla svelta anche se l’inverno è alle porte. Falbrav corre il 24 novembre la Japan Cup (Gr1), in sella Lanfranco Dettori, sulle spalle tutta la fiducia dell’entourage: Falbrav vince dopo una lotta durissima, vince di un muso, vince l’Italia e vincono gli italiani.

Da qui in avanti per il portacolori di Salice comincia un’altra carriera: D’Auria e il proprietario brianzolo interrompono la collaborazione, Falbrav vola a Newmarket, il paese dei cavalli per strutture e tradizione, e nel 2003 sarà seguito da Luca Cumani, allenatore italiano da trent’anni in Inghilterra. Sulle salite e sulle discese delle piste della Regina, Falbrav si trasforma fisicamente, diventa un colosso elegante e potente allo stesso tempo e vincerà quasi tutto e su tutte le distanze, sempre in gruppo 1: il Prix d’Ispahan a Parigi sui 1850 metri, le Eclipse Stakes a Sandown sui 2000 metri, le Juddmonte a York sui 2100, le Queen Elizabeth sui 1600 metri di Ascot chiudendo trionfalmente sui 2000 metri della Hong Kong Cup a Sha Tin. In mezzo qualche delusione come le King George, le Irish Championm in cui ha subìto danneggiamento, e la Breeder’s Cup Turf in California, terzo per minimi distacchi. Forte, bravo, bello, con un’accelerazione spaventosa, Falbrav ha vinto 13 delle 26 corse disputate e solo una volta è finito fuori dal marcatore. Demuro, Vargiu, Pasquale, Peslier, Fallon, Holland e Dettori i fantini che lo hanno interpretato, D’Auria e Cumani i trainers, Salice e Yoshida i proprietari. Dettori che ha avuto sotto la sella Falbrav nella sua ultima corsa ad Hong Kong, appena rientrato al tondino del dissellaggio dopo l’ennesimo trionfo disse al giornalista dello Sportsman. “Ma come ha fatto Holland (il fantino che aveva regalato la Breeders Cup americana con un percorso dispendioso e una monta sciagurata n.d.r.) a perdere con questo fenomeno?”. Un aneddoto che conferma tutta la grandezza di un cavallo straordinario.

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