Racconto breve 6. Non tutte le ciambelle riescono col buco.

La foto di apertura del servizio è di repertorio e si riferisce alle ultime Preaknes Stakes

di Renato Olpher.

Un nuovo racconto dell’impareggiabile Reanato Olpher sull’ippica in quel di San Siro.

L’ippica è un mondo meraviglioso, e anche se a volte capita di essere coinvolti in maneggi imprevisti non per questo l’innamorato ne resta deluso. Ripeto spesso che le corse sono una metafora della vita ed è per questo che la storia che mi appresto a raccontare, dopo una immediata e giustificata arrabbiatura, a mente fredda, oggi, dopo che il trascorrere del tempo ha fatto il suo lavoro, lo faccio in modo rassegnato e perché no, anche divertito.

Dunque, Salvatore, lo splendido baio da Ahonoora che ormai aveva convinto tutti sulle sue qualità, si apprestava ad una trasferta a Torino da favorito, in un handicap di buona moneta. Il peso di sessantadue chili e mezzo non appariva un ostacolo insormontabile per un cavallo che pesava quasi cinque quintali e che produceva nel suo modo di correre da front runner una andatura tritasassi.

Per l’occasione si era ingaggiato un anziano fantino di grande esperienza e ottima qualità. Una mano esperta e delicata che sapeva trarre il meglio dall’allievo affidatogli. La giornata era calda e appiccicosa, un Giugno afoso che ti faceva sudare anche stando fermo. Al tondino di presentazione, i due proprietari della piccola scuderia di Salvatore, osservavano un poco preoccupati l’abbondante sudorazione del baio, confortati dal loro allenatore.

«Lui soffre un po’ il caldo, si agita, ma la forma è splendida, con questi non dovrebbe avere problemi.»

I due si recarono in tribuna, fiduciosi in una buona performance del loro prediletto.

Ma quando partì la corsa si stupirono nel non vedere il loro allievo prendere la testa, anzi parve perdere la sgabbiata, posizionandosi in pancia al gruppo: la cosa era strana considerando che, a prescindere dal numero di gabbia, Salvatore non voleva saperne di non condurre la corsa: era dotato di una partenza fulminante e normalmente nei primi cento metri si trovava già davanti a fare selezione.

Nulla di preoccupante pensarono i due proprietari, la distanza di milleottocento metri avrebbe consentito al loro cavallo un recupero e infatti, al termine della piegata che in quella pista era in senso antiorario, il baio si presentò subito sui primi ancora in mano.

Giunse alla sella di colui che guidava la corsa, un sauro che lui aveva sempre battuto, ma anziché insistere e passare, rallentò improvvisamente. Il suo interprete aveva già “messo giù” considerando finita la corsa.

Salvatore arrivò tranquillo in mezzo ai battuti che nel frattempo lo avevano raggiunto. «Speriamo non vi siano brutte notizie!» commentava Fabio, preoccupato per un infortunio.

I due proprietari corsero al dissellaggio per accogliere il loro cavallo e vedendolo arrivare nel corridoio che dalla pista portava al tondino, ne studiavano ansiosi il passo. «A me pare normale, anzi sgroppa!» disse Renato osservando il viso del fantino che nel frattempo si apprestava a scendere e togliere la sella.

«Niente di che, non ne aveva più e ho preferito non punirlo.» Non disse altro, punto! Dopo di che si avviò con passo stanco al peso.

I due amici si guardarono esterrefatti e interrogarono con lo sguardo il loro allenatore che, imbarazzato, volse loro le spalle e si avviò anch’egli in sala fantini.

Salvatore non aveva corso, tanto che una volta giunto in scuderia si produsse in sgroppate e “doppie” che consigliavano una adeguata distanza.

Il rientro a San Siro non fu entusiasmante. Fabio e Renato continuavano a chiedersi cosa avesse intuito il fantino, il perché di quella mossa incongruente, oltre a lamentare il fatto che non avesse certo eseguito gli ordini che loro stessi avevano udito impartirgli dal loro allenatore prima della partenza.

Caluso era quel che si dice un cavallaccio. Di proprietà del loro stesso trainer, che lo aveva comprato per un pezzo di pane, non aveva mai vinto una corsa, un autentico brocco e, per di più, con un caratteraccio che non consigliava di avvicinarlo e, tanto meno di entrare nel suo box.

L’uomo, a suo dire, aveva intravisto nel fisico di quel cavallo delle caratteristiche adatte a metterlo a saltare e lo stava preparando, la mattina, sulla pista ad ostacoli di Trenno. Ma quel mercoledì, seguente l’infausta trasferta domenicale a Torino, Caluso era iscritto a San Siro in una corsa in piano di soggetti mediocri, così come mediocre era la dotazione del premio. Il suo fantino era proprio lo stesso che aveva compiuto quel capolavoro in sella a Salvatore la domenica precedente.

Di solito Renato, causa impegni di lavoro, non si recava mai alle corse di metà settimana, ma quel giorno, saltato un appuntamento proprio in città, decise di recarsi a San Siro. La corsa di Caluso era a metà riunione e lui giunse in tempo per vederla, notando nel passare accanto al totalizzatore la quota esageratamente alta del cavallo: il brocco di proprietà del suo allenatore pagava cinquanta contro uno!

Terreno pesantissimo, che avrebbe poi dato il destro a giustificarne l’evidente inversione di forma. Il baio scuro partì in testa e il suo interprete non lesinò l’andatura, per quel che poteva, si capisce: scurvò ben attento a non lasciare lo steccato, mentre il gruppo al suo inseguimento si portò compatto a centro pista.

Questa manovra consentì a Caluso di guadagnare metri e percorrere la dirittura in largo vantaggio, accompagnato dalle grandi sbracciate del suo fantino, che non lesinò anche l’uso della frusta: gli altri non si dannarono per andare a prenderlo e il baio vinse facile. Renato non credeva ai suoi occhi! Un colpo micidiale e una occasione mancata, visto che lui non aveva ritenuto opportuno di giocarsi neppure un centesimo. In serata recatosi in scuderia, nel dare la mano all’allenatore complimentandosi commentò: «Chi l’avrebbe mai detto?»

L’uomo girandosi, fingendosi affaccendato per non incrociare lo sguardo del suo proprietario, commentò: «Sono incredulo anch’io, non me lo sarei mai aspettato, mi creda!»

Il proprietario non gli credette, e il mese successivo portò in un’altra scuderia i suoi tre cavalli. Come dice un luogo comune: A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.