RACCONTO BREVE. Il racconto di un campione perseguitato dalla sfortuna. da una storia vera.

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di Renato Rossi

Renato Rossi è un amico. Come noi è un appassionato turfmen, Da tempo si è dedicato alla scrittura. Tra gli altri ha pubblicato UN FERRO DI CAVALLO, un “noir” accattivante con un finale intrigante.

L’azzurro di quel cielo, cantato in innumerevoli ballate popolari, lo poteva regalare soltanto l’Irlanda. E quella splendida mattinata dei primi di ottobre del 1989 non ne smentiva certo la fama.

A Goffs, luogo sacro all’ippica noto per le sue aste di puledri, a pochi chilometri da Dublino, ci si preparava all’evento: alle dieci si sarebbe presentato nel ring il primo soggetto: le tribune tutt’attorno erano già gremite di persone provenienti da tutto il mondo interessate ad acquistare. Proprietari, allevatori, mediatori incaricati da qualche personaggio impossibilitato a intervenire o semplicemente abituato a quel genere di trattative. Non mancavano nomi importanti del mondo ippico: famosi fantini, prime lame negli ippodromi di tutto il mondo, dirigenti dei vari Jockey club, una pletora di accompagnatori a vario titolo, giornalisti. Insomma tutto il contesto che normalmente si attivava in occasione di quegli eventi.

Ore 11.30, erano ormai una ventina i puledri già passati nel ring, alcuni dei quali di notevole genealogia e spettacolari dal punto di vista morfologico, avevano spuntato prezzi di ragguardevole entità. Il numero 419 si presentò nervoso nella piccola pista in sabbia, quasi a dimostrare la propria contrarietà nel trovarsi in quel luogo. Le froge dilatate, si muoveva a scatti obbligando il led che lo accompagnava a sudare non poco per trattenerlo e imporgli una andatura regolare.

Un baio da Ahonoora, allevato nel centro dell’Irlanda dal Barronstaun stud.

Mamma americana pluri vincitrice di corse negli States, detentrice di una pattern a Baltimora: spettacolare e vincente connubio.

Dopo una notevole asta, si aggiudicò il puledro una scuderia italiana, storica, attiva da generazioni sulla piazza milanese con base nelle meravigliose scuderie vecchie di Trenno. Centoquarantamila ghinee (all’epoca in Irlanda si ragionava ancora in Ghinee e Sterline, ndr): quello il prezzo pagato per quel puledro il cui aspetto appariva tale da far nutrire più di una speranza ad Alberto Fumagalli, ultimo erede di quel piccolo impero ippico e allenatore della omonima scuderia. Passione, competenza e, occorre dire, modi squisiti da gran signore, facevano del Fumagalli una persona assai stimata e non solo in quell’ambiente. Famiglia storica dell’aristocrazia cittadina che aveva segnato per decenni gli eventi del galoppo milanese.

Il 419, maschio baio da Ahonoora e Diaphanease, giunse alle scuderie di San Siro dopo qualche giorno. Affidato alle cure di Fausto, esperto caporale di scuderia, iniziò il periodo di ambientamento nella nuova scuderia. Sempre assai agitato, non concedeva requie a chi se ne doveva occupare, dotato di un appetito formidabile tale da costringere il suo mentore ad abbondare nelle razioni dispensate la mattina e anche la sera.

Fausto aveva passato la vita a domare puledri, conosceva tutti i segreti necessari per trasformarli in cavalli da corsa, nel tempo aveva avuto non poche soddisfazioni dal suo lavoro, in quanto alcuni dei suoi allievi si erano trasformati in autentici campioni.

Ma quel maledetto 419, così ormai lo chiamavano in scuderia visto come il Fumagalli ancora non si era deciso ad appioppargli un nome, era veramente un caso anomalo.

Difficile da sellare, occorreva farlo nel box, una volta fuori pareva una furia iniziando a galoppare già nel cortile della scuderia. In pista a Trenno poi diveniva ingestibile iniziando a tirare come un forsennato, divorando i metri della pista come se non vedesse l’ora di arrivare, in più incapace di stare in gruppo, occorreva lasciarlo galoppare davanti agli altri per evitare tamponamenti o peggio morsi o calci ai compagni di lavoro.

Il Fumagalli, dopo essersi consigliato con il suo caporale, decise di farlo lavorare da solo, avendo comunque già notato come gli altri puledri non reggessero il passo di quello scatenato: soprattutto in dirittura il 419, dopo ottocento metri, aveva già accumulato diverse lunghezze rispetto agli altri puledri in pista. L’allenatore ne intuiva le potenzialità, ma occorreva disciplinarne il carattere, cosa che appariva impresa non facile. Passato un mese la situazione appariva disperata, quel puledro si dimostrava veramente ingestibile anche se il lavoro e le biade abbondanti ne avevano affinato il fisico. Ora era veramente divenuto un baio imponente, con una testa bellissima coronata al centro da una curiosa macchia bianca assimilabile ad una stella.

Ma se i puledri sono meravigliosi nelle loro promesse divengono purtroppo drammatici nelle delusioni. Quella mattina, affacciandosi dal suo ufficietto posto proprio al centro della scuderia, Alberto Fumagalli vide rientrare a mano, curiosamente tranquillo, il 419.

Ne colse la zoppia e fu come ricevere una coltellata. La diagnosi fu infausta: lesione ossea al posteriore sinistro, con frattura composta.Non restava che fermare il cavallo, sbiadarlo e attendere con pazienza che la natura assieme alle cure facesse il suo corso, ma non era una bella notizia.

Passarono i mesi.

«Ora il cavallo sembra a posto, tuttavia agirei con cautela, un paio di settimane al passo prima di iniziare a trottare» Così si espresse il dottor Santini, veterinario di scuderia, una lastra in mano che ne confermava il giudizio.

Il 419 aveva perso la grinta e la vivacità che ne avevano caratterizzato i suoi primi mesi in scuderia. Appariva triste e svogliato, oltre naturalmente essersi smagrito e imbruttito. Trottava di malavoglia e quando riprese a galoppare fu evidente come lo facesse senza più quella cattiveria, quell’ entusiasmo che ne avevano contraddistinto i primi mesi di lavoro.

Gennaro Ippolito, avvocato napoletano di grido, con studio prestigioso in Via dei mille a Napoli, aveva una genuina passione per i cavalli da corsa.

Titolare di una media scuderia di stanza alle Capannelle a Roma, alternava al suo lavoro di importante giurista di successo con la gestione di quella attività. Sempre alla ricerca di buoni soggetti da far correre sotto i suoi colori, intratteneva ottimi rapporti con i più importanti allevatori italiani. «Mi piace assai quel baio, dottor Fumagalli, se non chiede una follia sarei disposto ad acquistarlo.»

L’importante allevatore, di controvoglia, si era deciso a vendere il 419, convinto che l’incidente subito in lavoro dal puledro ne avesse limitato ormai le performances.

Correttamente informò il suo interlocutore di quanto accaduto al puledro, assicurando peraltro l’avvocato che il cavallo era clinicamente guarito.

«Tuttavia dottor Ippolito me ne sbarazzo malvolentieri, oltretutto è stato pagato una fortuna alle Goffs, come può vedere ha un fisico eccezionale, per non parlare della genealogia!». La trattativa proseguì e giunse al termine al tavolo di un buon ristorante dove i due trovarono l’accordo. La cifra offerta dall’avvocato Gennaro Ippolito soddisfece il Fumagalli e, anche se di malavoglia, l’importante allevatore acconsentì nel pomeriggio al passaggio di proprietà.

Faceva molto freddo, inusuale per Roma, anche se si era a Dicembre inoltrato.

Renato e Fabio si erano decisi a quel viaggio convinti dal loro allenatore come a Capannelle si potessero concludere ottimi affari. I due, entrambi appassionati, si erano messi in società in una piccola attività di scuderia, decisi a soddisfare la loro passione acquistando un paio di cavalli. Avevano conosciuto Riccardo Marginelli a San Siro, alle corse, e subito  erano stati conquistati dalla simpatia e dalla parlantina di quel piccolo allenatore, sempre alla ricerca di clienti. I primi passi dei due avevano inevitabilmente subito la loro inesperienza e, dopo un inizio tragico, convinti ad acquistare un puledro, figlio di Trapezio…, che non andava neanche a spingerlo, avevano commesso un ulteriore sbaglio nel comprare un vecchio brocco, frequentatore di ascendenti con cinquanta chili…, pagato a peso d’oro.

La cosa comunque non aveva spento il loro entusiasmo e, nonostante i soldi buttati, si erano recati volentieri a Roma, convinti dal Marginelli nell’impresa.

Ma dopo un paio di giorni passati a visitare quasi tutte le scuderie alla ricerca di un buon routinier, altro non potevano pretendere, erano delusi, frastornati dalla miriade di cavalli proposti loro da piccoli allenatori, mestieranti e anche poco raccomandabili mediatori. Decisero un ultimo tentativo, in quella gelida mattina. Convinti dal loro trainer a visitare una scuderia gestita da un importante allenatore capitolino, il cui nipote era considerato uno dei migliori fantini italiani.

« Ho due bei tre anni, di proprietà della scuderia Imperiale, di cui il cui proprietario, un importante avvocato napoletano, vuole disfarsi: deve sfoltire l’organico e, anche se contro il mio parere, ha deciso di vendere entrambi. Sono buoni cavalli e li cedo a malincuore.»

Subito il Marginelli si entusiasmò per uno di essi. Un baio importante, classico, con una curiosa stellina bianca sulla fronte. Chiese di farlo uscire dal box e vi girava attorno, osservandone la potente muscolatura, il passaggio di cinghia, gli appiombi perfetti, la bella testa.

«Che ha fatto di recente?» s’informava.

«Settimo, in una reclamare a Napoli, ma non ha corso male.»

Rispose di malavoglia l’altro.

«Come si chiama?» chiesero curiosi i due aspiranti proprietari.

«Gennaro Esposito: l’avvocato Ippolito ha il vezzo di chiamare i suoi cavalli con il nome di assessori del comune di Napoli, meglio se indagati…» rispose divertito il vecchio allenatore, poi proseguì:

«Comunque ne vuole venti milioni…intrattabili» Poi osservando con ironia i due infreddoliti signori milanesi concluse, accennando al led che aveva condotto fuori dal box il baio: «Ok Ciro, puoi rientrare.»

Fabio e Renato si consultarono con gli occhi; il loro budget, concordato prima della loro partenza da Milano si fermava a dieci, era evidente come il cavallo fosse fuori dalla loro portata.

Seduti a un tavolino del buffet delle Capannelle subirono le insistenze del Marginelli.

«Ma avete visto che animale… sono convinto che ne potrei cavare qualcosa, e poi la genealogia, un bel cavallo importante, suvvia fate uno sforzo…»

I due si guardarono, dubbiosi ma al contempo attirati dalle parole del loro allenatore e convinti dalla bellezza del puledro.

Fu Renato a parlare.

«Diciannove, Marginelli, non una lira di più, se è capace di farselo dare lo aspettiamo a San Siro, noi si parte tra mezz’ora.»

Gennaro Esposito girava irrequieto nel box. Per l’ennesima volta si ritrovava in un nuovo ambiente, annusava l’aria e sporgeva la testa dallo stallo come per convincersi della sistemazione. Marginelli non stava più nella pelle, convinto di aver portato in scuderia un soggetto importante. Si era informato, Ahonoora aveva prodotto solo cavalli da corsa, ma di quelli veri!

Entrò nel box, attento a non irritare il cavallo che subito si mise sulla difensiva, piano piano, con gesti lenti, l’allenatore appoggiò la mano sul collo dell’animale mentre avvicinandosi al contenitore dell’acqua con l’altra vuotava il poco liquido rimasto.

Poi presa dalla tasca una bottiglia di Guinness la versò nel contenitore ormai vuoto e lasciò che il cavallo vi si avvicinasse.

Gennaro Esposito immerse il muso nel liquido e cominciò a bere, mentre l’allenatore ne approfittò per uscire dal box.

La prima corsa con i nuovi colori la fece a Varese, a gennaio, sulla sabbia.

1500 metri con 62 chili e mezzo, aveva la bronchite e il clima invernale di Milano non aveva contribuito a migliorarla. Fu battuto da un pesino sul palo, corto muso, a credere quel che dissero i commissari della pista, che si sostituirono ad una foto non riuscita. Poi vennero una sequenza di secondi posti: Pisa, Milano, ancora Varese.

I suoi nuovi proprietari erano entusiasti, allora i premi si incassavano ancora.

Ma il Marginelli si crucciava, le sconfitte arrivavano tutte sul palo, il baio non sembrava avere cambio di marcia, un passo solo!

«Ma non sarà il caso di allungargli la distanza?» domandavano Fabio e Renato.

«Assolutamente no!» replicava seccato l’allenatore.

«Il cavallo ha sempre corso massimo sui 1600 metri, la genealogia parla chiaro e poi i precedenti allenatori mica sono degli improvvisati.» continuava sarcastico.

Dopo sei mesi giunse una vittoria in una buona categoria, ma Gennaro Esposito vinse da lontano, imponendo un passo letale, arrivò rallentato.

Il suo fantino, avvicinato dopo la corsa dai proprietari, ammise che ne aveva ancora per arrivare a scuderia di quel passo.

«Secondo me, in testa con quella andatura, galoppa così per tremila metri, non molla mai!»

«Quindi la distanza non dovrebbe essere un problema?» domandavano perplessi i due proprietari. Il fantino, con la sella in mano avviandosi al peso, concluse annoiato:

«Per me no, comunque quando volete lo monto volentieri.»

Le cinque e mezzo della sera: la discussione in scuderia tra Renato, Fabio e il loro allenatore aveva assunto toni assai vivaci. Il Marginelli si rifiutava categoricamente di iscrivere il baio in una corsa di duemila metri.

«Se state ad ascoltare ciò che dicono i fantini vi sbagliate di grosso. Sarebbe meglio facessero gli ordini invece di esprimere pareri da luminare. Comunque i proprietari siete voi e a me non resta che attaccare il carro dove volete: iscriverò Gennaro in un handicap di buona moneta sui duemila e speriamo non chiami la mamma a metà dirittura!»

Non bastarono i duemila metri, che peraltro vinse facilmente, ma da quel momento Gennaro Esposito risultò uno dei migliori cavalli da handicap di San Siro anche sulla distanza classica dei duemila quattrocento.

Tanto che dovettero cimentarlo in corse più impegnative, handicap principali e condizionate. Da allora il baio fu un osso duro per tutti, difficile da battere con quel suo modo di caracollare in avanti con un’andatura che si andava via via incrementando quando arrivava in dirittura, e pareva raggiungibile con uno scatto che però si esauriva invariabilmente una volta raggiunta la sua sella.

Marginelli ammise il suo errore, cosa mitigata dalle abbondanti percentuali che affluivano sul suo conto.

Ma la sfortuna non si era dimenticata di quel baio sottovalutato.

Lo stesso giorno di ottobre in cui si era presentato da puledro all’asta nel ring di  Dublino, l’ex 419, consacrato con colpevole ritardo da chi, per mestiere, avrebbe dovuto capirlo prima, si presentò sulla magnifica dirittura della pista di San Siro con almeno dieci lunghezze di vantaggio sugli avversari. L’importante corsa di gruppo gli aveva finalmente reso merito e ora a duecento metri dal palo, su un terreno pesantissimo che ne esaltava le prestazioni, poteva premiare i suoi proprietari con una vittoria che era stata solo nei loro sogni.

Solo chi ama questo mondo e ne conosce le soddisfazioni e le angosce può capire il dolore nel vedere il proprio cavallo in procinto di vincere rallentare improvvisamente fino a fermarsi a pochi metri dal palo. Mentre il fantino, raggiunto e superato dal gruppo, scende da cavallo e mantenendo le redini osserva sconsolato l’arto anteriore snodellato, irrimediabile condanna.

Ancora oggi, quando accade un fatto del genere, rivedo quel muso irriverente con quella macchia bianca sulla fronte e provo la stessa fitta al cuore. Nonostante gli anni passati, i capelli sfoltiti e grigi e la mia ormai datata militanza ippica, mi giro per nascondere agli amici, appostati con me nei pressi del palo, gli occhi umidi e la smorfia sul viso.

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