RACCONTO BREVE parte seconda: un terreno clandestino.

Di quando finalmente la fortuna arrise al protagonista della nostra storia, il cavallo che era stato chiamato Gennaro Esposito, che sul pantano di Merano, creato ad arte in una notte, e in  una giornata di sole, vinse facile.

di Renato Rossi

Questo il link della prima parte del racconto https://wordpress.com/page/chavalier.net/3213

di Renato Rossi leggi anche Un Ferro diCavallo http://www.ruedelafontaineedizioni.com/negozio/renato-olpher-rossi-un-ferro-di-cavallo-2/

Prologo

Chiunque ami la montagna non può certo fare a meno di visitare l’Alto Adige. Le sue valli, incassate tra quelle splendide vette, forniscono tutto l’entusiasmo necessario per convincere a percorrerle anche il più pigro tra i gitanti. Senza contare la fauna che popola abbondante quei luoghi: marmotte, cervi, caprioli e stambecchi non fanno fatica a mostrarsi: altri, come gli orsi, si fanno solo immaginare ma contribuiscono a incrementare la fama di quei luoghi, ove mai ve ne fosse necessità.

Una delle perle di questa particolare regione è indubbiamente Merano. La cittadina, percorsa dal torrente Passirio, ricco di trote, si segnala soprattutto per le sue famose terme, la sua caratteristica Via dei Portici, la sua particolare architettura e per il suo storico ippodromo, legato negli anni alla famosa lotteria.

Il luogo posto a Maja bassa è un sacrario europeo per ciò che riguarda le corse a ostacoli, e ormai sede fissa di scuderie protagoniste di tale specialità. In estate tuttavia non mancano le occasioni per i galoppatori in piano, fra tutte le opportunità spicca il premio “Delle Alpi”, classica sul miglio per buoni performers. Per iscriversi però occorre aver compiuto un percorso di selezione che non tutti i pretendenti hanno. E’ necessario aver vinto o essersi perlomeno piazzati in handicap di buona moneta nei tre mesi precedenti tale corsa. A chi non lo ha fatto il programma dell’ippodromo offre un paio di corse tendenti appunto a qualificare per quell’evento, corsa principale della stagione in piano.

Gennaro Esposito aveva seguito, con tutti i suoi colleghi, la scuderia per la stagione estiva a Maja. Purtroppo il periodo siccitoso aveva reso assai duri i terreni e lui, piuttosto delicato ai tendini per alcuni importanti traumi agli arti inferiori, subiti in carriera, non aveva ancora corso, limitandosi ai lavori mattutini nella pista in sabbia dell’ippodromo che correva ai margini del percorso in erba.

Nei programmi dei suoi proprietari il cavallo avrebbe dovuto appunto correre, per qualificarsi al “Delle Alpi”, un’ importante handicap sia pure con peso severo, dati i suoi trascorsi.

Ma non pioveva e i due amici si trovavano la sera a commentare sconsolati con allenatore e artieri, nello spazio riservato alla loro scuderia, la mancanza dell’elemento principale per far correre il loro cavallo: il terreno pesante, o al meglio, molto pesante. Ma il tempo passava, la data della corsa si avvicinava e le previsioni non accennavano a cambiare: sole sole e ancora maledetto sole! Alcuni bicchieri e un paio di bottiglie di Traminer gelate occupavano il tavolo di legno grezzo che alla sera, all’ora delle biade, veniva posto al centro della scuderia. Quel momento di particolare convivio ormai era divenuto una consolidata abitudine e tutti vi partecipavano volentieri.

«Se non piove, caro dottore, dovremo rinunciare a correre. A parte i rischi legati al terreno, non credo che il baio si impegnerebbe, troppo duro per lui.» Così commentava l’allenatore Marginelli, consapevole della contrarietà di Gennaro Esposito nei confronti di quei terreni. Lui ormai rendeva al meglio solo sul pesante, quando gli zoccoli affondano morbidi nell’erba, senza rimbalzare provocando fitte e dolori nelle antiche cicatrici.

Fra tutti coloro che partecipavano a quel ritrovo vi era anche il caporale di scuderia, un napoletano verace che a suo tempo aveva calcato come fantino anche l’ippodromo di Agnano, con scarsi risultati occorre dire. Le voci d’ambiente lo descrivevano come buon lavoratore, ottimo a cavallo e assai furbo e scafato, anche troppo, sosteneva qualcuno. «Non abbiamo molto tempo purtroppo, la corsa è tra una settimana, sabato prossimo, per avere il pesante ci vorrebbero almeno due giorni di pioggia, o un diluvio di qualche ora.»

Poi l’uomo, guardando distrattamente le cime degli alberi, aggiunse come per caso: «O magari un’acqua clandestina…» La frase scappò via senza un commento, ma a Renato, uno dei due proprietari, non sfuggì l’occhiata maliziosa che il pittoresco caporale gli rivolse ammiccante.

Il baio “tirava” come sempre durante il lavoro del mattino. Scendendo dalla sella il Marginelli si rivolse al proprietario che non mancava mai di seguirne i lavori. «E’ un vero peccato non poter correre, ha una forma splendida, il passo ricorda quello tritatutto che aveva da puledro!»

Renato rientrava in scuderia, camminando per i vialetti di Maja, testa bassa e pensieroso. Ormai mancavano due giorni a quella corsa che avrebbe dovuto qualificare il loro pupillo, ma non vi erano più speranze: si sarebbero dovuti limitare a guardare il tutto in tribuna, maledicendo i temporali che si tenevano ben lontani da Merano.

Al suo arrivo in scuderia fu interpellato dal caporale. «Dottore, allora lo dà partente Gennaro stamattina?» La risposta di Renato giunse sconsolata. «Ma le pare…non serve…ormai…» . L’altro lo guardò fisso negli occhi, con quella sua aria furba e ironica. «Serve, serve dottore, lo dia partente, mi dia retta: al massimo lo ritira domani.» Il proprietario lo guardò interdetto: quell’uomo non gli era antipatico, ma non l’aveva mai convinto del tutto, nulla da dire sul suo comportamento nel lavoro, capace e puntuale, ma le voci che correvano sul suo passato, tutte da provare sia chiaro, gli avevano impedito di tenere un rapporto che andasse al di là di una semplice forma professionale. Tuttavia, pur convinto dell’inutilità della cosa, all’ultimo istante si convinse a dare partente il cavallo.

Ore sette di sabato mattina, il giorno della corsa.

Renato entrava con la sua auto nel parcheggio antistante le scuderie a Maja. Si sorprese nell’osservare un piccolo capannello di persone di fronte agli uffici. Avvicinatosi per scoprirne i motivi, notò al centro di quella piccola folla il signor Majer responsabile delle piste, affannato a fornire spiegazioni. L’uomo, piccolo, già di una certa età, sempre elegante, era di una gentilezza fuori dal comune, mai una parola fuori posto, pacato e con un tono di voce sempre sommesso. Inconsueto quindi vederlo in tale situazione. Nello scorgerlo il Majer gli venne incontro. «Dottore ha saputo dell’accaduto?» chiese affannato. «No, non so nulla, arrivo ora.» Rispose il proprietario. «In tarda serata, ieri, hanno forzato i locali in cui si trovano gli impianti di irrigazione che sono andati a pieno regime tutta la notte, al massimo regime capisce? Solo stamane, una mezz’ora fa al mio arrivo ce ne siamo accorti, quando i primi cavalli stavano entrando per i lavori. Un disastro, la pista è una palude, al massimo nel primo pomeriggio per le corse sarà pesantissima…Non so che dire…»

L’uomo era affranto, sinceramente dispiaciuto per tutti coloro che attorno a lui sacramentavano per i loro allievi refrattari al pesante, e che ora si trovavano nella condizione di dover correre in tali condizioni se addirittura non dover ritirare i loro cavalli.

Ore quindici e trenta.

La corsa ad handicap di notevole dotazione, riservata ai quattro anni ed oltre, fondamentale per chi voleva la qualifica al “Delle Alpi”, partiva regolarmente. Un paio di buoni soggetti erano stati ritirati dai loro allenatori, consapevoli dell’inutilità di farli correre su quel terreno sgradito. Un baio possente si staccò deciso dal gruppo, di buon passo si presentò sulla retta d’arrivo e del tutto inutili furono gli sforzi degli altri cavalli per raggiungerlo. Gennaro Esposito vinse in mano di cinque lunghezze e il suo fantino dichiarò, dopo la corsa: «Ha tirato tutta strada!»

Al dissellaggio si festeggiava con discrezione. Allenatore e proprietari si rendevano conto di quanto la sorte, per una volta, avesse giocato a loro favore. Fabio e Renato strinsero, un poco imbarazzati, la mano al signor Majer che come sempre si era precipitato a congratularsi, non mancando di far notare, con sottile ironia, come questa volta la fortuna avesse giocato un ruolo fondamentale nel favorire la vittoria di quel figlio di Ahonoora. L’altoparlante confermò l’arrivo, ci si avviava ai piani superiori della palazzina proprietari per il brindisi di rito.

Renato si girò per guardare con affetto, ancora una volta, il suo cavallo che stava per avviarsi in scuderia. « Che le avevo detto dottore» il caporale, le redini in una mano e l’altra appoggiata sul collo di Gennaro, lo guardava sorridendo.

«Serviva darlo partente, no…»

 

 

 

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